Carrube e Cavalieri

di Brunello Vandano

Affermo che Raffaele Poidomani è uno dei pochissimi narratori autentici che abbiamo in Italia. E mi spiego. L’operazione artistica consiste nel riempire un vuoto. L’artista ha una visione del mondo, da esprimere: e va bene. Ma nell’istante in cui si mette all’opera, si trova di fronte a un vuoto. Deve introdurre nel tessuto della realtà qualcosa che prima non c’era, e questa novità da inserire presuppone logicamente un vuoto.
Chiunque abbia operato artisticamente conosce il momento di vertigine del vuoto che coincide con l’inizio dell’espressione. Ora, la più semplice e diretta misura della potenza narrativa, sta nella capacità dell’autore di colmare il vuoto con materia (personaggi, eventi, paesaggi, concetti, immagini). Se l’operatore non è un narratore genuino, il vuoto non sarà mai esaurito, per quanto numerosi e fitti siano gli elementi che vi si ammassino dentro; i frammenti di materia resteranno sospesi in una sorta di etere, e l’effetto sarà l’irrealtà, nel senso della constatazione di una cosa <<non creata>> insomma di velleitarietà e futilità. Se lo è, il vuoto sarà interamente popolato, sarà un solido:realtà nuova, cosa creata.
<<Carrube e Cavalieri>>, fin dal primo periodare, ampio e semplice, rapido ma senza fretta, stipato di notazione ma senza grovigli, dà il senso gioioso e magico della presenza di una popolazione, di un vuoto e un’immobilità divenuti spazio e tempo, cioè cose ed eventi.
Ma qual ’è in Poidomani , l’oggetto del racconto? Un oggetto che, come in tutti gli scrittori di alto livello, è in due strati, che potremmo chiamare un contenuto e un supercontenuto.
Il contenuto, in <<Carrube e Cavalieri>> come nelle altre opere di Poidomani, è la storia di una famiglia siciliana a cavallo tra la nobiltà e la borghesia, come tra la città e la campagna. Questa tematica a prima vista tradizionale, è resa insolita da una tonalità di base che accompagna il suo dipanarsi, cioè da una nostalgia di timbro particolare.
Qui non è il passato presupposto della nostalgia, ma il contrario. Non è l’essere trascorse, il non esistere più delle cose, che produce la nostalgia, bensì la nostalgia che rende passate le cose, soffonde di passato anche le situazioni presenti. Nel mondo di Poidomani tutto è passato. Alcuni (intensi) brani descritti di <<Carrube e Cavalieri>> sono riferiti a situazioni trascorse, ma non appartengono per loro natura al passato, in quanto le cose rappresentate potrebbero benissimo sussistere nel presente.
È la nostalgia che le avviluppa, a proiettarle nel tempo perduto, a farle passate. Sicchè nella rappresentazione di Poidomani , il presente è già morto; e questa la chiave della tristezza umana.
Il supercontenuto, in Poidomani, è la condizione stessa del narratore, di chiunque racconti qualcosa, dell’uomo che racconta. Il narratore, in quanto tale, ha colmato un vuoto. Ma tutto ciò di cui li ha riempito è immerso nel tempo, condannato al mutamento e alla consumazione, sicchè raccontare è alludere alla morte. Tuttavia chi narra, a differenza di chi vive, ha uno strumento per trionfare sulla morte. Può intridere il racconto con la presenza di un <<io>> narratore che accompagna sempre gli eventi rappresentati, registratore, si, ma non partecipe del loro tempo, difeso quindi da un’illusione di eternità. Certo, anche il narratore ha un suo tempo, anch’egli è effimero. Ma il suo tempo non è detto : basta non dirlo. Ignorarlo. Cosi, il narratore è un uomo che si sottrae al tempo raccontando.
E qual è la ricetta, l’incantesimo che consente alla scrittore di affiancarsi al tempo delle cose raccontate senza scivolare nel suo flusso, come uno che segna la corrente di un fiume camminando sulla sponda? Occorre, evidentemente, uno spessore che distacchi il tempo del narratore da quello del narrato, uno smalto impermeabilizzante. Questo è l’umorismo, o meglio uno spirito di tono particolare che costituisce la cifra della scrittura di Poidomani. Un umorismo che non è fine a se stesso, non è intenso a divertire l’autore e il lettore, ma ha funzione immunizzante. Da che cosa? L’ho già detto: dal tempo, quindi dalla morte. È lo stesso genere di riso e di sorriso che troveremo poco più di tardi (la prima edizione di <<Carrube e Cavalieri>> è del 1954) ne << Il Gattopardo>> del Tomasi di Lampedusa. Sennonché questo incantesimo mediante il quale lo scrittore si estrania dal mutamento e dalla fine delle cose, implica il rendere atto istante trionfo della morte. Da ciò la tristezza di questo libro lieto, la pietà di questi racconti beffardi. << Carrube e Cavalieri>> è un testo bifronte, enigmatico e struggente, com’e sempre la vera poesia.

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