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Tempo di Scirocco
di Giovanni Rossino
Probabilmente la centralità narrativa di Raffaele Poidomani trova in questo Tempo di Scirocco una misura che non sfugge, tuttavia, ai temi così agganciati di Carrube e Cavalieri in cui le regioni ultime del racconto erano consegnate a un’atmosfera gattopardesca avant-lettre, goduta e maturata da una memoria già esperta e affascinata.
Qui pesano ancora, e maggiormante, le ragioni di un oblio lungo che, finalmente, trova la qualità tesa ed estrema di un recupero felice e la felicità è offerta da una robustezza di visione, e direi, di visitazione per cui le ombre che si susseguono nello squallore e nell’etimologia d’una passione emblematica, si trasfigurano lentamente in una serie di corsi e di ricorsi fantomatici ma pur sempre certificati da una limpida autenticità che, dolcissimamente, costruisce un mondo, un piccolo mondo in cui però si radica un universo con le sue leggi e le sue forme fitte e talora incalcolabili.
La verità è che ci troviamo di fronte a una misura originalissima i cui temi di fondo trovano l’urgenza ultima e si sovrastano e si giustificano in una sintassi accumulata che è la struttura e la prospettiva in cui i personaggi si riconoscono e si reinvestano, in un preciso ed esemplare ritmo emozionale. La goduta memoria li solleva dall’ oblio, come si diceva, e promette loro una vita acuita dal dissenso condiviso, da una maturazione così desolata in cui il profilo della condizione umana nasconde un dato assoluto e fulmina il gesto di salvezza in cui s’illumina la provvisorietà delle maschere e si ritrova nettissima la loro identità, che è poi la loro scaturigine.
Si ritorni cioè alla prima radice e i personaggi, sradicati nel limbare nulla, proiettano la loro luce cruda, i loro silenzi antichi, il loro necessario rincorrersi per pacificarsi e pacificare la larva umana che loro un peso, una novità; questi personaggi, insomma, scavati e illusi, provvisori ed eterni, cantano il loro motivo perenne, attingono una dimensione viva e, nel rispetto delle regole del gioco inventato per essi dall’autore, scelgono la via maestra del nascondimento, dileguano dopo aver lasciato un’orma pietosa, il vizio d’un loro rancore, i risentimenti giocati nella comunicabilità aperta d’una verità romanzesca che ci sollecita a un’analisi della loro totalità e ci piega a un consenso anche quando il loro ritmo tradisce la nausea, un’estraneità permanente e ci rivelano d’altronde il loro bisogno d’esistere, un bisogno d’amore e di comprensione, perché essi, insomma, hanno vissuto una porzione di vita, e riescono così a comunicarci il messaggio d’una loro esistenza anteriore.
Una vita-non vita, del resto, è quella che essi vivono, costretti come sono a rappresentare la loro parte in un recupero oggettivamente di ricordi proustiani ribevuti nell’aria sciroccosa d’un tempo feroce, e la ferocia implacabile del tempo li perseguita, ci aiuta a ribadire la loro presenza, che sentiamo necessaria e insostituibile, anche quando il mistero della loro morte ci disincanta e ci inquieta. Questi personaggi alienati e smarriti, lontani dalla dolceamara temperie di Carrube e Cavalieri e cosi vicini a certe sfumature verghiate o pirendelliane, vivono e muoiono soli, sono terribilmente accomunati da un destino umano che li rende credibili, ma d’una credibilità sconvolgente; il nulla è il loro ultimo approdo, e la tristezza della carne li investe e li inchioda al loro sogno insensato, ultimi epigoni d’una umorosità sibaritica o feudale; personaggi senz’anima o dall’anima pacifica e maturata da un dolore primordiale che è anche saggezza dolorosa e straordinariamente esemplare nella cadenza evocatoria che li risuscita o li declama persino in sfumature lessicali che perdono il giro provocatorio e la violenza dell’istinto per inventare un racconto come <<Don Sariddu va via>> così moderno, così lucido nel delizioso tormento della narrazione in cui la verità del romanziere è totale.
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