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Introduzionedi Lucio Zinna Riproporre ai lettori e alla critica l'intera produzione narrativa di Raffaele Poidomani (Modica 1912, ivi 1979) 1 , nel quadro della sua vasta opera complessiva, costituisce - oltre che un consistente impegno editoriale - un'operazione di notevole rilevanza culturale e un avvenimento letterario. Romanzi e racconti dello scrittore, pubblicati a suo tempo in volumi editi da piccoli editori o pressoché alla macchia, ormai divenuti introvabili, rischiavano la dispersione e l'oblio. Ad essi si aggiunge una considerevole mole di inediti, di varia epoca, difficoltosamente e pazientemente reperiti. Ben noto e grandemente apprezzato nella zona iblea, Poidomani è, nel resto del Paese, conosciuto da alcuni specialisti e pressoché ignorato dal grande pubblico, come accade a non pochi «grandi» della cosiddetta letteratura sommersa , che registra nel XX secolo, specie in Sicilia, una ricca messe di esponenti 2 . Scrisse di poesia (in parte, gustosamente satirica), di saggistica storica (degna di attenzione la ricostruzione de La peste a Modica nel 1626 ) e di narrativa 3 . Quest'ultima comprende il romanzo Fossili (1949) 4 e due raccolte di racconti: Carrube e cavalieri (1954) e Tempo di scirocco (1971) 5 . Dei numerosi testi narrativi inediti sono usciti postumi Mille anni a navigare nel 1986 e Milano 1943 nel 2000 6 . L'opera narrativa di Poidomani è quasi interamente circoscritta nell'ambito territoriale della provincia iblea, che ne connota altresì il panorama antropologico; l'arco temporale copre all'incirca un secolo (dalla seconda metà dell'Ottocento ai nostri anni Sessanta e Settanta). Le narrazioni sono popolate da una miriade di personaggi, appartenenti a vari ceti sociali. Un piccolo mondo fatto di precise individualità, ciascuna con i propri problemi esistenziali e le proprie fisime, coinvolte in vicende tragiche o comiche o tragicomiche; tutte comunque destinate a non lasciare che una delebile orma del proprio viaggio terreno: destino comune ai mortali, certo, ma reso ancor più drammatico dal fatto che questi personaggi vivano ai margini della grande historia , della storia ufficiale, nella quale entrano di straforo, da comparse, estranei alle res gestae e, in quanto tali, esempi (ancorché incisivi e variegati) delle res de hominibus , quasi ad offrire materia allo studioso di antropologia che, avvalendosi del metodo etnostorico, si ponesse in una visione «polifonica», muovendo alla ricerca di quanto possa costituire «etnofonte» per una storia de l'homme complet non soltanto di quella della cultura egemone 7 . Le storie narrate da Poidomani - con un più marcato rilievo in Tempo di scirocco - sono quelle del quisque de populo , ricco o povero, dotto o analfabeta, blasonato o plebeo, di cui il tempo cancellerà ogni traccia; esseri per i quali, come ha scritto Giovanni Rossino, «il nulla è il loro ultimo approdo» 8 . Figure per lo più tratte dal reale e rivestite della inventiva dell'autore (i cui prototipi furono a lui legati da rapporti parentali o amicali o di vicinato o casualmente incontrati o mutuati dalla minuta cronaca), tutte semoventi in un'area limbica, anch'essa soggetta a svanire con l'ultimo filo di memoria. Tale condizione - nell'immodificabile realtà delle cose, nel destino stesso dei viventi - appare allo scrittore «non accettabile né ammissibile» 9 , sicché la sua finisce per essere una vana quanto compressa e sottaciuta ribellione metafisica. C'è in Carrube e cavalieri una pagina in cui quest'elemento - centrale nella poièsis poidomaniana - è focalizzato, uscendo dalla dinamica delle esemplificazioni e facendosi tout court discorso e lirico e nostalgico:
*** Fossili costituisce l'unico romanzo in senso stretto, dichiarato (può esser considerato tale anche Carrube e cavalieri , ma in senso improprio) e vi si trovano in nuce non pochi elementi che costituiscono il fulcro dell'intera produzione dello scrittore, specie quella più matura, quali, ad esempio, l'attenzione alle storie familiari e la tendenza alla tipizzazione dei personaggi, mentre la vena umoristica è ancora gravata da un sarcasmo talvolta gratuito; non sempre l'autore riesce a librarsi nella pura ironia, come accadrà nelle opere successive. Ma vi si avverte già, specie in alcune pagine, la tempra dello scrittore di razza. Il romanzo, ambientato tra Otto e Novecento (dal 1888-89 all'entrata degli americani nella Seconda guerra mondiale), può considerarsi una piccola saga in negativo dell'aristocratico casato dei Moncada, le cui vicende, argomento del libro, sono narrate con una forte carica di ressentiment , che impedisce un pieno dominio della materia, all'insegna di una polemica parentale di cui il lettore ignora le recondite motivazioni, così come i torti e le ragioni. I Moncada, dal «naso spugnoso» 11 , sono colti nel loro lento inesorabile degrado di casato e di classe sociale, singolarmente passati in rassegna e impietosamente bollati nei loro tratti comportamentali, oltre che somatici, e nelle loro connotazioni psicologiche: alcuni sono scemi, altri imbroglioni, altri ancora furbi, con riferimento a un gesuitismo atavico: una sorta di aria di famiglia, genericamente chiamata dall'autore «lojoleria», quasi una marioleria ben mascherata. E così, ad esempio, l'antenata Francesca Bellomo di Francia, donna astuta, ha «cromosomi loioleschi» 12 , Michele e Concetta si caratterizzano per un «egoismo ereditariamente loiolesco» 13 ; il primo, in particolare, porta appresso con sé un libro di devozioni ma pensa agli imbrogli ed è capace perfino di «lojolare» con l'argenteria 14 . L'acredine che punge lo scrittore è ravvisabile ancor prima che il romanzo abbia inizio, con un'avvertenza in prolepsis, nella quale la consueta precisazione che ogni riferimento a persone o situazioni debba ritenersi puramente casuale, è capovolta: lo scrittore desidera invece che coloro che abbiano strumenti per individuare i modelli lo facciano liberamente, essendo proprio quello il suo scopo. E mentre i suoi strali si appuntano sull'aristocratico parentado, fino al punto da ironizzare, ad es., sulla stessa morte di donna Franca Bellomo, lo scrittore rivolge le sue simpatie ai poveri: contadini, servitori, popolani, che gravitano numerosi nelle pagine come figuranti o comprimari (in Tempo di scirocco e in altri racconti assurgono anche al rango di protagonisti) e verso i quali, in questa come nelle altre opere, vanno le simpatie dello scrittore. C'è nel romanzo l'eco delle rivendicazioni dei contadini, del loro malcontento, a mezzo tra desiderio di ribellione e opportunità della rassegnazione, e c'è anche l'eco delle preoccupazioni che quei fermenti organizzati suscitavano nei loro padroni:
*** Carrube e cavalieri , il capolavoro di Poidomani, è uno dei libri di narrativa più alti della letteratura siciliana del secondo Novecento. Il titolo può riferirsi genericamente a vicende riguardanti blasonati proprietari terrieri ( cavalieri ) nella zona iblea ( carrube ). Col primo dei due sostantivi erano in passato appellati gli aristocratici padroni di terre; il secondo è riferito al frutto legnoso, edule e zuccherino, dell'albero che in quel territorio cresce in abbondanza e rigoglioso e di cui può considerarsi un simbolo. Ma nella titolazione può cogliersi anche un sottofondo sociale ed etico, concernente la rappresentazione di un mondo che vide contrapposti i padroni, ossia i cavalieri, e i locatari delle loro terre, tenuti in condizioni di semi-schiavitù, la cui estrema povertà li aveva in passato e specie in peculiari periodi, costretti a nutrirsi di carrube al posto del pane 16. La situazione muterà con le leggi agrarie intervenute dopo il secondo conflitto mondiale, tant'è che in quel periodo circolava tra i massari del luogo la seguente espressione: «i cavaleri mòssunu co ddt» ( i cavalieri sono morti col ddt ), a significare che il loro declino poteva farsi risalire all'entrata degli anglo-americani, che portarono il famoso insetticida antimalarico 17 . Dunque, un significato allusivo del mondo agricolo modicano, che non è azzardato ritenere sia stato colto e adottato dal Poidomani, al quale i problemi sociali non erano indifferenti, tanto da nutrire simpatie socialiste. Del resto, se lo scrittore avesse voluto indicare come metaforici di un tópos gli alberi tipici del territorio, ad essi avrebbe fatto riferimento e non al loro frutto, indicativo anche d'altro. Libro in cui tristezza e desolazione agiscono in sottofondo, serpeggiano, mentre una scrittura pacata, intrisa di humour , quale funzionale strategia compositiva, rende le pagine particolarmente godibili. Si tratta di racconti, si è già detto, non a sé stanti (come in Tempo di scirocco , in cui fa da collante il milieu ), bensì collegati. Sono in numero di quattordici nella prima edizione, apparsa a Roma presso Tomaselli nel 1954, e di dieci nella seconda, edita da Thomson di Ragusa nel 1971, essendo stati espunti, pare per motivi editoriali, i testi "Il piano di San Nicola", "San Giuseppe e un suo quartiere", "Don Sariddo va via", "Le fave della Fasana", gli ultimi due confluiti in Tempo di scirocco . In questo volume, l'opera è presentata secondo l'impostazione originaria, ossia di quattordici racconti. Va osservato tuttavia che i quattro testi menzionati furono eliminati - o sacrificati - nell'edizione Thomson dallo stesso autore, ancorché non per sua iniziativa. Di fatto, non risultano indispensabili all'economia generale dell'opera, anzi ne attenuano, se non infrangono, l'unità. E se i primi due, mere rappresentazioni dell'ambiente modicano, possono stabilire una fievole linea di continuità con il resto (il piano di San Nicola è quello dello scrittore e in "San Giuseppe e un suo quartiere" sono narrati episodi della sua infanzia), "Don Sariddo va via" e "Le fave della Fasana" a tale linea restano sicuramente estranei. Pur dotati di una loro autonomia, i racconti procedono infatti secondo un più vasto quadro narrativo, si completano l'un l'altro, sviluppano una storia uniforme, ruotante attorno all'infanzia dello scrittore, nei primi decenni del secolo, con richiami a storia domestica antecedente, nell'ovattata atmosfera di una benestante, non ricca, famiglia della piccola nobiltà modicana. Il testo iniziale, che assolve al compito di tracciare scenario ed epoca e soprattutto i personaggi, ha non a caso il titolo di "Dramatis personae". I primi personaggi che incontriamo sono i nonni (di parte materna): Cesare Luigi Moncada, nato nel 1852,
(a voler dire che la sua vita non aveva avuto, tranne quella circostanza, grandi mutamenti o traumi) e la di lui consorte, Paolina Polara:
Un buon uomo, il nonno, il quale - come accadeva spesso ai nobiluomini di campagna - era morto «non ricco, perché i suoi beni l'avevano saputo amministrare gli altri» e in vita sua aveva amato «la buona tavola e le buone donne», non disdegnando gli amori ancillari, secondo la tradizione del ceto, considerato che nell' entourage non mancavano
Accanto ai nonni, altri comprimari o generici: zii, cugini, amici, servitori, popolani, che gravitavano in quella casa: «una villa vasta e tetra», di cui era abitata solo una parte e davanti alla quale si estendevano alcuni appezzamenti di terra, di cui il nonno era proprietario e «sulla quale i contadini lavoravano giorno e notte perché i padroni si nutrissero meglio» 21 . In quell'ambiente si potevano cogliere conversazioni legate alla gestione domestica o alle tasse o «nuotavano» storie di caccia o di briganti, talvolta persino storie d'amore, «dalle quali - scrive l'autore - venivo escluso per incompetenza minorile» 22 , mentre non erano ancora spenti gli echi della rivoluzione del 1860, con relativi rimpianti borbonici. Via via nei successivi racconti, che vanno configurandosi come capitoli di romanzo, si incontrano altre vivaci, animate figurette di terracotta: Mita 'a Purtualla, la lavandaia; Luardu, il vecchio tamburiniere che arrotondava i magri proventi narrando, per un obolo, come avesse scoperto il tradimento della moglie (storia inventata per quello scopo); il commendator Raffaele Pandolfo di Pozzallo, la cui terrazza sul mare diveniva in estate una minuscola Versailles; zia Maria che pareva condannata a uno zitellaggio forzato; don Carmelo il barcaiolo e suo figlio: «un ragazzo moccioso e seminudo con una faccia da schiaffi» 23 ; zio Ulderico, letterato a tempo perso; il dottor Antonio, dentista a domicilio. E altri ancora. In un rutilare di persone e luoghi, si snoda una non declarata autobiografia limitata alla stagione infantile, procedente quasi per tableaux vivants , solo apparentemente statici (come la memoria propende a restituirci lontane immagini della nostra esistenza), in realtà resi dinamici dalla particolare verve narrativa dello scrittore e dunque autenticamente vivants . Nostalgia e ironia vi insufflano un bergsoniano élan vital e fanno muovere quelle figure come in moviola, fino a quando esse non si dissolvano per cedere il posto ad altre. Si ha l'impressione che Poidomani (qualcosa del genere è riscontrabile anche nella poesia di Lucio Piccolo) proceda secondo quella che sarà la tecnica narrativa dell' ecole du régard , esemplata da Michel Butor de II passaggio o da Alain Robbe-Grillet de La maison de rendez-vous . Con la differenza che, nella scuola dello sguardo, tutto si svolge nel presente, mentre nel mondo dello scrittore ibleo tutto si svolge nel passato. Il non infrequente uso dell'indicativo presente accentua tale tecnica. Eccone alcuni lacerti: «Intorno a queste prime figure si stagliano preti buoni e cari, le loro tonache traslucide svolano tra sacrestìa e navate» 24 ; «La nonna è davanti la porta della vigna, sotto l'arco coperto di edera» 25 ; «II Santo danza, si sofferma, si rigira [...] le guardie in divisa sciamano lucenti attorno ai contendenti, lontane dal tiro dei loro colpi; si odono strepiti, urla; donne ai balconi patteggiano, gridano [...]; «Invece l'anno venturo il santo esce, ed io sono al primo ginnasio, e il professore Guerrieri vuole sapere chi ha macchiato il quaderno di Aurelio Carratello; e incominciano le responsabilità della vita» 26 ; «Nell'odore umido della stanza giuoco con qualcosa» 27 ; «riportiamoci ora nella sala, al momento in cui Nicola entra, con ampio e soddisfatto sorriso nel volto grasso e rosso [.]» 28 . Una recherche memorialistica operata in un angolo della provincia isolana, con i colori e gli effluvi della mediterraneità. Una ricostruzione attenta e amabilmente ironica (talvolta incantata, talaltra dissacrante) di ambienti e atmosfere di un'epoca tramontata, con scene di vita cotidiana e rituali domestici, oggetto di minuta e compiaciuta attenzione da parte dell'autore. Come quella riguardante le varie stazioni della degustazione dell'anguria, dall'acquisto, con tambussamenti alla scorza per indovinarne la maturazione, alla sistemazione del frutto in un secchio calato a gelare nella cisterna, fino al momento della sua apparizione in tavola a fine pranzo e della conseguente trepida attesa del taglio per accertare dal colore se l'impresa fosse andata o no a buon fine:
Come può notarsi, non si tratta di semplici rievocazioni autobiografìche, bensì di immersioni memoriali: il passato è liberato nella memoria, facendolo (proustianamente) rivivere, come se - fissato nella pagina - quel nulla finale che attende a uno a uno le dramatis personae potesse in qualche modo essere sconfitto, comunque il solo modo possibile di scongiurarlo di cui può disporre un poeta. Poiché, nonostante l'umorismo e l'ironia, il senso della morte è costante nel libro, scivola sotterraneo o emerge improvviso, incuneandosi anche laddove trasuda maggiormente l'energia vitale. Il sentimento della morte si fa ossimoricamente vivo fin dalle prime pagine: «Prima a morire fu Mita 'a Purtualla, una donnetta insignificante, bassa e tozza» 30 o emerge imprevisto da uno sguardo posato su un oggetto o da una pausa di notturni silenzi nelle stanze della villa (il sonno, si sa, come la sera, è immagine della foscoliana «fatal quiete»):
A volte è lo stesso mutare delle stagioni a farsene evocatore: finita l'estate, si torna dalla villeggiatura e si abbandonano oggetti, luoghi e persone:
Ma le pagine in cui il sentimento della morte si fa più acuto sono quelle in cui lo scrittore si sofferma sulle lumache: dalla festosa alba dopo una notte di pioggia, in cui si usciva col paniere a raccoglierle, attraverso la descrizione (degna di un provetto malacologo) dei vari tipi, fino alla loro gastronomica utilizzazione e al modo di mangiarle, in un fagico rito familiare. E d'un tratto, al momento di assaporarle, ecco presentarsi alla mente dello scrittore la visione terribile della cottura:
II brano pare essere l'equivalente di quella meditazione sulla morte del coniglio cacciato e ucciso dal Principe di Salina nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa 34 , opera che presenta anch'essa il tandem, mediterraneo e insulare, dell'insorgente senso di morte in un percorso narrativo tutt'altro che scevro di fini valenze umoristiche. «È lo stesso genere di riso e di sorriso che troveremo poco più tardi ne Il Gattopardo », scrive Brunello Vandano 35 ; Giovanni Rossino parla di «atmosfera gattopardesca avantlettre» 36 . Il libro di Poidomani apparve quattro anni prima del postumo testo lampedusiano, il che induce a curiosità cronologiche tra esatta data di edizione del primo e tempi di composizione del secondo 37 . *** Col capolavoro lampedusiano possono cogliersi alcune singolari affinità. Il senso del disfacimento di antichi fasti nobiliari trova pendant nell'ultimo capitolo del romanzo di Lampedusa (peraltro, anch'esso originariamente concepito come una serie di racconti coordinati), richiamando uno degli ultimi racconti del libro di Poidomani ("Salotto d'altri tempi"), benché in questo non siano reperibili i toni di amaro rimpianto e di après le déluge che siglano la conclusione dell'opera dello scrittore palermitano. Più marcate appaiono le consonanze tra l'estivo viaggio in carrozza del Principe e dei suoi familiari da Palermo a Donnafugata e quello del cavaliere e della sua famiglia da Modica a Pozzallo. Tentiamo qualche raffronto testuale: a ) II paesaggio, la violenza del sole, l'immersione nella polvere *** Il senso di morte che, ora palese ora latente, circola in Carrube e cavalieri si appaia al sense of humour in funzione di strategia narrativa. È strumentale: serve infatti a stemperare il senso di morte; lo scrittore copre la sostanziale tragicità del vivere di un sorriso, con il quale ammanta il quotidiano ma non lo deforma, anzi lo mette a nudo, lo scortica con un'operazione indolore (o almeno apparentemente tale); diciamo che anestetizza il dolore, lo tiene a bada, benché esso non manchi di rivelarsi una volta cessato l'effetto anestetizzante, allorché - tirate le somme - restano il peso dell'esistenza e l'attentato che la morte perpetra ad ogni istante. L'umorismo di Poidomani trova, per lo più, materia in particolari situazioni, sulle quali lo scrittore attua, in sapiente mélange , un proprio ricamo verbale. Si pensi agli episodi delle gite familiari, così ampiamente descritte: la prima in barca, la seconda per assistere alle rappresentazioni classiche di Siracusa. Ambedue sono precedute da minuziosi preparativi: di abbigliamenti ad hoc, di vettovaglie, di spostamenti; è previsto il prevedibile, eppure un nonnulla manda tutto in malora (il vomito nella gita in barca, le pulci dispensate dai cuscini presi in affitto al teatro greco), per non dire di altri piccoli contrattempi. Durante il ritorno a casa lo sfacelo è completo e lo scrittore vi insiste con storici riferimenti e rimaneggiamenti da bollettino della vittoria:
Nei disastrosi ritorni è preso di mira il cappellino della zia Maria, coi suoi motivi vegetali. Sull'abbigliamento femminile l'autore ironizza in altre occasioni. Nei primi decenni del secolo
II due pezzi della madre induce lo scrittore ad esclamare: «E mio padre, diavolo di un uomo, la amava lo stesso!» 52 . In altri casi Poidomani si sbizzarrisce in rapidi ritratti, quale, ad esempio, quello dello zio Guglielmo:
Oppure si affida all'iperbole: zia Giovanna, ad esempio, è «una polverosa vedova oscura, magrissima, veramente il fantasma di un fiammifero» 54 . O infierisce sullo zitellaggio di cugine, zie e altre non meglio identificabili «vergini forzose» 55 :
A un umorismo squisitamente verbale il narratore si affida per ottenere effetti icastici: «zia Maria che gnaulava di griderelli» 57 ; «il cavallo e mio nonno scalpitavano sull'erba» 58 ; «e suo padre gli aveva risposto che non gli rompesse i timpani, ma non disse timpani» 59 . *** Tempo di scirocco raccoglie alcuni tra i più significativi racconti dello scrittore. Modica ne è, ancora, il naturale palcoscenico. Nessuna occasione è trascurata per soffermarsi su vari angoli della città, anche per menzionarli fugacemente: sono, come in "Storia dell'avvocato" «le case basse del quartiere di Santa Niria" e
È la Modica di tempi trascorsi, quando il farmacista dietro il banco mesceva liquidi e soppesava polverine, come il protagonista de "La fine di un grande" o quella dei tempi dello scrittore o della sua infanzia, resi magici nel ricordo. Tema di fondo è, anche qui, la vita quotidiana, nel suo mélange di aspetti belli o brutti, comici o commoventi, gioiosi o drammatici, di banalità e di sfizioserie, fino a raggiungere il diapason della tragicità, come nell'iniziale racconto "Mariantonia", rappresentazione di un dolore cupo e irrimediabile fino all'alienazione. Lo scenario della silloge è generalmente quello prediletto dallo scrittore: un universo provinciale limitato nei confini ma ancor più negli orizzonti, in cui è possibile incontrare personaggi disfatti: dalla solitudine, dalla povertà o altro, uomini sviliti dalla mancanza di concreti o gratificanti progetti esistenziali, condizione, questa, che finisce per tradursi in desolanti somatizzazioni. Le stesse unghie, ad es., dell'avvocato Di Maglio sono «pallide e squamose, illividite di malinconia» 61 . Non di rado le vicende sono le stesse che deliziano i frequentatori dei circoli di «civili»: storie paesane che diventano facile trionfo dei pettegolezzi, dei «si dice», con la gente , nella sua indifferenziata generalizzazione, che non manca di far caso alle piccolezze. Né mancano d'altro canto personaggi ossessionati dall'opinione della gente, dal cosiddetto occhio di mondo, dal timore di divenire essi stessi oggetto di pettegolezzi, come una spada con cui si ferisce e da cui si è feriti. Ne "Il biscotto di legno" il marchese del Burgio, caduto in povertà, finge di usare i suoi amati berlingozzi, che non può più permettersi, dipingendone un modellino della stessa forma e grandezza e facendo le viste di gustarlo dietro la finestra del balcone, dai vetri polverosi e dalle tendine unte. I berlingozzi
Anche in questi racconti vera protagonista è la morte, presenza pressoché costante, rappresentata in varie forme e modi, a principiare dal racconto iniziale, "Mariantonia", per ricomparire in "La fine di un grande", "Il biscotto di legno", "La morte di un santo". Pare riassumere tutto (non solo il libro, ma l'intero universo poidomaniano) la benedizione del cadavere del marchese del Burgio, con una apparentemente asettica presa di distanza da parte dello scrittore:
Una considerazione che si apparenta a quella del racconto (in questa edizione in Carrube e cavalieri ) "Don Sariddo va via".
La morte non è osservata, filtrata, secondo un'ottica metafisica, non è inizio di alcunché ma fine di tutto, una grande pialla livellatrice, una ruspa che azzera gioie e dolori, pulsioni e sentimenti, sogni e aspirazioni e credenze, preoccupazioni, rammarichi, fisime e stupidità: è il mutarsi di ciò che vive in materia inerte, soggetta a infinite altre mutazioni. La legge a cui, in definitiva, obbedisce l'universo poidomaniano è quella di Lavoisier. *** I racconti inediti o postumi o dispersi in periodici vari , pazientemente e amorevolmente raccolti da Umberto Poidomani, cugino dello scrittore, sono stati, dai curatori, sistemati in questo primo volume seguendo l'ordine cronologico di composizione, criterio seguito non solo per quanto riguarda l'opera narrativa, ma anche l'intera produzione dello scrittore, quale si articola nei successivi tre volumi. Questi racconti contribuiscono a fornire un'immagine più completa dell'opera narrativa del Poidomani, offrono elementi per seguirne gli sviluppi e rivelano il talento del giovane scrittore, che inizia ben presto a prendere dimestichezza con la penna (nel 1928 era appena sedicenne), ma presentano, specie agli esordi, le incertezze e le ingenuità delle fasi di apprentissage , a mano a mano superate. Le prime composizioni di tale periodo (datate o databili tra il 1928 e il 1948) appaiono qua e là frammentarie, con il vezzo (comunque poco praticato e presto abbandonato) di desuete forme grammaticali ( de la , de gli , ne le , l'avevan, ch'ora etc.) e con banali conclusioni, come ne "Il sosia" (1936), alla Edgar Allan Poe ma senza arcanismi. Altri testi, invece, insistono sull'elemento fantastico e onirico, come negli "Incontri" del 1938 (coi sogni, col destino, con la pazzia): un trittico che può considerarsi fra le narrazioni meglio risolte di questo periodo. Altri ancora indulgono a un certo gusto bozzettisco (da cui lo scrittore non sarà mai del tutto alieno, ma che saprà giocare, nella sua opera matura, con maggiore gusto e finezza) o appaiono affrettati o esagerati o inverosimili, come in Rivoluzione (1944), probabilmente un abbozzo, a cui l'autore avrà, forse volontariamente, rinunciato a dar seguito. Più misurati appaiono i racconti a impronta neorealistica scritti tra il 1944 e il 1949, che risentono del periodo storico in cui furono composti e a cui in parte si riferiscono. Funerali all'alba (scritto il 28 luglio 1945) tratta di un episodio della guerra di liberazione ed esprime l'orrore degli eccidi perpetrati dalle ss naziste nella loro ritirata. In Le scale della lunga fame (di data incerta, ma del periodo considerato), ambientato nella Milano del dopoguerra, caratterizzato, appunto, da una «lunga fame», lo scrittore penetra nei casoni degradati del capoluogo lombardo, maleodoranti, brulicanti di gente, con gli impiegati i cui stipendi, corrosi dall'inflazione, consentono solo una vita grama. Va considerato altresì come i testi di questo periodo presentino in nuce i temi che lo scrittore svilupperà nella sua produzione matura: la povertà e la povera gente, a cui nulla pare dovuto; la solitudine, da cui alcuni personaggi sono a volte come sommersi; il dolore e la fermezza con cui la vita, come può, cerca di sconfiggere la morte; la presenza di quest'ultima. Il velo di ironia, con cui spesso sono rappresentate quelle storie, vi è già chiaramente delineato. Fra i racconti scritti nel biennio 1965-66, dunque tra Carrube e cavalieri e Tempo di scirocco , maggiormente rilevanti, spicca (a parte la deliziosa favola Storia di un libro ) Mille anni a navigare . Lo scrittore, con fine capacità di affabulazione, vi svolge il tema dell'imprevisto e dell'imprevedibile, dell'assoluta precarietà in cui si svolge la nostra esistenza: una navigazione in cui si può far naufragio da un minuto all'altro, un'avventura nella quale i nostri piani possono essere sconvolti da un banale contrattempo. *** Quella di Raffaele Poidomani è una scrittura essenziale ma non prosciugata. Uno scrittore che non ama essere prolisso, ma non fino al punto da precludersi, all'occorrenza, volute barocche così come minute descrizioni o abbandoni lirici o pensose meditazioni. Il ricamo c'è ma non sovrabbonda. Potremmo definire Poidomani un essenzialista barocco, per la sua capacità di conciliare due moduli narrativi solitamente considerati antitetici, l'uno tendente all'esplicito e alla rotondità, l'altro all'implicito, all'allusività, al succinto, per cui Tomasi di Lampedusa distingueva tra «scrittori grassi» e «scrittori magri» 65 . II Vandano ha colto nel segno parlando della scrittura di Poidomani in questi termini: «fin dal primo periodare, ampio e semplice, rapido ma senza fretta, stipato di notazioni ma senza grovigli» e accenna a «una nostalgia di timbro particolare come tonalità di base» 66 . La coesistenza di ampiezza e semplicità sono connotati del barocco ibleo, in cui lo sfarzo non è straripante come in certe altre esemplificazioni architettoniche del genere, più marcatamente spagnolesche, anzi mantiene una sua misura fondo, una sua lineare insularità. Giovanni Rossino nota:
Scrittura smaliziata: raffinata ma non leziosa, aristocratica eppure popolaresca, culta e immediatamente comunicabile. Moderna con una sua basilare classicità. Dinamica nella sua strutturale solidità. E Carmelo Conti può scrivere:
NOTE1 Raffaele Poidomani, appartenente all'aristocratica famiglia Poidomani Moncada, fu un singolare personaggio nella cui esistenza si confondono e contrappongono l'aspirazione a una serena vita borghese e irrequietezze e anticonformismo. La "Cronologia", nelle pagine iniziali di questo volume, ne ricostruisce attentamente la biografia. Essenziali notizie biografiche è qui opportuno fornire sulla moglie, la pianista Federica Ivonne Dolcetti, più giovane di lui di ventidue anni. Nata a Nizza nel 1934, da madre francese e da padre veneziano, iniziò a quattro anni lo studio del pianoforte, a nove anni fu ammessa al Conservatorio "Benedetto Marcello" di Venezia, uscendone all'età di venti anni, dopo aver compiuto gli studi musicali e quelli classici. Tenne nel 1954, lo stesso anno del suo diploma, la prima tournée in Grecia, seguita da numerosi concerti in Italia e all'estero. A seguito del matrimonio con Poidomani, conosciuto nel 1957 durante una sua tournée in Sicilia, interruppe giovanissima la carriera concertistica e visse a Modica, dove insegnò nella scuola media. Riprese l'attività musicale nel 1979, dopo la scomparsa del marito (del quale, in varie occasioni culturali, tenne viva la memoria), dedicandosi a studi su Chopin, di cui fu eccezionale interprete. In una sua lettera, datata 24 gennaio 1996, indirizzata a chi scrive, espresse in questi termini il suo ritorno all'arte: «Ho avuto fortuna: a pochi è dato riprendere con successo la via del teatro dopo anni di sosta col pubblico. Dopo la morte di Raffaele, Chopin mi si è rivelato in tutta la sua grandiosa e profonda bellezza: poco a poco mi ci sono interamente dedicata». Nel 1988 fu accolta dalla Società Chopin di Varsavia, dove oltre alle stagioni concertistiche, fu ospite per le finali del concorso Chopin del 1990. Nel 1992 si esibì a Venezia in due serate dedicate all'intero ciclo delle Polacche di Chopin; nel 1997 tenne un concerto alla Normale di Pisa. Fu membro dell'Associazione Italo-Polacca "Karol Szymanowski" di Palermo, con la quale collaborò attivamente. Morì nel 1999. 2 Con l'espressione «letteratura sommersa» ci si intende riferire al complesso di opere di rilievo ingiustamente obliate o collocate ai margini. II fenomeno, considerato in sociologia della letteratura, prende anche la denominazione di «scrittura al confino» o «in ombra». Carlo Bo, in una intervista rilasciata a Renato Minore, usò l'immagine delle catacombe: «Sono sicuro che la letteratura continui ad esistere, ma vive nelle catacombe. I veri scrittori continuano a fare il loro lavoro e rimandano la loro possibile eco ad un secondo o a un terzo tempo, Forse neppure li conosciamo. [.] Tutto è confuso, vai a capire dove sono le catacombe. Però sono sicuro: è lì che si sono rifugiati gli scrittori che magari neppure conosciamo e che non sono riusciti a superare le barriere delle diverse organizzazioni». («Il Messaggero», Roma, 9 febbraio 1994; cfr. anche: S. Veltre: Una cultura sommersa , in «Il Ponte Italo-Americano», Verona, N. Y., U.S.A., a. V, n. 5, settembre-ottobre 1994). Nella letteratura siciliana tale fenomeno è tutt'altro che infrequente. La «sommersione» può essere determinata da vari motivi, talvolta interagenti: mancato inserimento nei circuiti alto-editoriali (Lanza, Mignosi, Joppolo, Gori, Spinelli, Cali, etc.), talvolta incentivato dal disinteresse dello stesso autore verso la promozione della propria opera (è proprio il caso di Poidomani); scomparsa, in punta di piedi, dell'autore dalla scena letteraria (Romualdo Romano); tendenza della critica all'oblio o a plateali minimizzazioni, sia vivente l'autore (Buttitta) che post mortem (Quasimodo, Piccolo, Ripellino, etc.). 3 Le opere di Poidomani sono: Io, pellegrino di sogni (poesie), Catania, Istituto Editoriale Moderno, 1938; Catania giorno e notte , Catania, Massa, 1960; Novembrina litteratura (versi satirici e traduzioni da Orazio), Modica, Orfeo, 1964; La peste a Modica nel l626 , Ragusa, Caflac, 1964; per le opere narrative si vedano le note 4, 5 e 6. 4 Fossili apparve a puntate su «L'Umanità» di Milano nel 1949. Fu pubblicato in volume nel 1984 dalla Editrice «Corriere di Modica», con prefazione di Giulia Modica Judica e disegno di copertina di Salvatore Fratantonio. L'opera, che figura in questa edizione, sarà successivamente indicata con la sigla Fossili . 5 Carrube e cavalieri apparve in prima edizione presso Tomaselli di Roma nel 1954; in seconda edizione - e probabilmente in versione definitiva - presso Thomson editore di Ragusa nel 1970, con prefazione di Brunello Vandano e disegno di copertina di Giorgio Malandrino. Tempo di scirocco fu pubblicato dalla setim di Modica nel 1971, con prefazione di Giovanni Rossino. 6 I due racconti sono apparsi postumi in periodici modicani, il primo su «Dialogo», a. XI, n. 2, febbraio 1986, riproposto ne «La Rivista» dei Rotary di Modica, Ragusa e Vittoria (giugno 1988); il secondo su «La pagina», a. XIII, n. 5 del 14 marzo 2000. 7 Cfr. Aurelio Rigoli , Le ragioni dell'Etnostoria , ila Palma, Palermo, 1995, p. 6. 8 Giovanni Rossino , "Prefazione" a Tempo di scirocco , ed. cit., p. 8. 9 Carrube e cavalieri , ultra , p. 139. 10 Ibidem . 11 Fossili , ultra , p. 8. 12 Ivi , p. 9. 13 Ivi , p. 16. 14 Ivi , p. 22. 15 Ivi , p. 43. 16 Tali informazioni ci sono state fornite da Emanuele Barone, modicano, che qui si coglie occasione per ringraziare (cfr. Emanuele Barone, Perché proprio "Carrube e cavalieri" , in «Dialogo», Modica, a. XXI, n. 11, novembre 1996). 17 Ibidem . 18 Carrube e cavalieri , ultra , pp. 81. 19 Ibidem. 20 Carrube e cavalieri , ultra , pp. 82-83. 21 Ivi , p. 82. 22 Ibidem. 23 Ivi , p. 123. 24 Ivi , p. 101. 25 Ivi , p. 139. 26 Ivi , p. 102 passim . 27 Ivi , p. 140. 28 Ivi , p. 144. 29 Ivi , pp. 106-107. 30 Ivi , p. 98. 31 Ivi , p. 140. 32 Ivi , p. 135. 33 Ivi , 137. 34 «Era un coniglio selvatico: la dimessa casacca color di creta non era bastata a salvarlo. Orrendi squarci gli avevano lacerato il muso e il petto. Don Fabrizio si vide fissato da due grandi occhi neri che, invasi rapidamente da un velo glauco, lo guardavano senza rimprovero ma che erano carichi di un dolore attonito rivolto contro tutto l'ordinamento delle cose; le orecchie vellutate erano già fredde, le zampette vigorose si contraevano in ritmo, simbolo sopravvissuto di una inutile fuga; l'animale moriva torturato da un'ansiosa speranza di salvezza, immaginando di poter ancora cavarsela quando di già era ghermito, proprio come tanti uomini; mentre i polpastrelli pietosi accarezzavano il musetto misero, la bestiola ebbe un ultimo fremito, e morì [.].» ( Giuseppe Tomasi di Lampedusa , Il Gattopardo , edizione conforme al manoscritto del 1957, a cura di Gioacchino Lanza Tomasi), Milano, Feltrinelli, 1976, 23 a , p. 130. 35 Brunello Vandano , "Prefazione" a Carrube e cavalieri , cit., p. 7. 36 Giovanni Rossino , "Prefazione" a Tempo di scirocco , cit., p. 5. 37 Ebbe per le mani, il Lampedusa, il libro dell'oscuro scrittore ibleo? La questione riveste solo carattere di curiosità, essendo le due opere diverse e ciascuna di per sé pregevolissima. Ciò non esime dal verificare se esista una concordanza di tempi fra la pubblicazione della prima edizione di Carrube e cavalieri e i tempi di composizione del Gattopardo . Il colophon della prima edizione del libro di Poidomani reca la data novembre 1954, Lampedusa inizia a scrivere il primo «capitolo» verso la fine dello stesso anno (cfr. Andrea Vitello , Tomasi di Lampedusa, Sellerio, Palermo, 1987, p. 217) e, nel suo primo tentativo, lo schema originario era quello di un racconto lungo esaurientesi nella descrizione di una giornata della vita del bisnonno, all'epoca dello sbarco garibaldino ( ivi , p. 218). Così ancora il Vitello: «La stesura del primo capitolo durò cinque o sei mesi e venne rifatta più volte. [...] Quel primo capitolo, però, provocò un tale assalto della memoria da imporre una sosta. Messo da parte il romanzo, nella seconda metà del giugno 1955, l'autore sentì la necessità di scrivere sui luoghi della fanciullezza, quasi nell'intento di ritrovarli con maggiore oggettività» ( ivi , p. 219). Se ne può dedurre che, quando Lampedusa iniziò la composizione del suo romanzo, non avesse ancora nozione del libro di Poidomani; dalla stesura del 2° capitolo in poi, vi è un lasso di tempo più che sufficiente per ipotizzare il contrario. II capitolo 2° del Gattopardo , relativo al viaggio a Donnafugata (che è toponimo ibleo), fu scritto successivamente al giugno 1955 (ossia dopo ultimata la stesura del racconto "I luoghi della mia prima infanzia"), quando il libro di Poidomani circolava da almeno sette mesi. «Nel secondo capitolo, il protagonista subisce qualche metamorfosi, come se un certo rapporto stesse per instaurarsi tra lui e l'autore: non era più un tiranno capriccioso.» ( ivi , p. 226) L'opinione è condivisibile, ma si può anche ritenere che qualcosa della burbera bonomia di don Cesare Luigi Moncada fosse involontariamente transitata in quella di don Fabrizio Salina, ammorbidendone di quel tanto i tratti comportamentali. 38 Carrube e cavalieri , ultra , p. 104. 39 Giuseppe Tomasi di Lampedusa , Il Gattopardo , ed. cit., p. 64-5. 40 Carrube e cavalieri , ultra , p. 104. 41 Il Gattopardo , ed. cit., p. 63. 42 Carrube e cavalieri , ultra , p. 104. 43 Il Gattopardo , ed. cit., p. 65. 44 Carrube e cavalieri , ultra , p. 104. 45 Il Gattopardo , ed. cit., pp. 70-71. 46 Carrube e cavalieri , ultra , p. 105. 47 Il Gattopardo , ed. cit., p 71 . 48 Carrube e cavalieri , ultra , p. 110. 49 Il Gattopardo , ed. cit., p. 71. 50 Carrube e cavalieri , ultra , p. 169. 51 Ivi , p. 112. 52 Ibidem. 53 Ivi , p. 148. 54 Ivi , p. 183. 55 Ivi , p. 219. 56 Ivi , p. 185. 57 Ivi , p. 123. 58 Ivi , p. 190. 59 Ivi , pp. 212-3. 60 Tempo di scirocco , ultra , p. 298. 61 Ivi , p. 304. 62 Ivi , p. 321. 63 Ivi , p. 330. 64 Ivi , p. 193. 65 Cfr. Francesco Orlando , Ricordo di Lampedusa , Milano, Scheiwiller, 1985 (3ª ediz.), pp. 51-53 (1ª ediz. 1963). 66 Brunello Vandano , "Prefazione" a Carrube e cavalieri , cit., p. 6. 67 Giovanni Rossino , "Prefazione" a Tempo di scirocco , cit., p. 6. 68 C armelo Conti , "Nota" a Raffaele Poidomani, Mille anni a navigare , in «La Rivista» , cit . p. 32. |