Un figlio della memoria

di Umberto Poidomani

Per l'ultima volta ho ancor sentita
L'ebbrezza del ricordo; la sfilata
È stata ancora l'ultima parata
De le memorie; ho visto la mia vita.

Il mio primo incontro col Libro, con la elle maiuscola, come qualcosa di diverso dal libro di lettura della scuola elementare di Santa Teresa, avvenne con un certo malcelato disappunto: un centinaio di volumi invasero le due nicchie laterali del mobile della sala da pranzo della nostra casa del Piano di San Nicola dove solevo rannicchiarmi quando si giocava a nascondino. Intonse, come usava allora, per l'avventura del taglio, come Tremal-Naik ai margini della giungla, erano le copie, fresche e odorose di stampa di Io, pellegrino di sogni di Raffaele Poidomani.

Di lì a poco quei volumi finirono nel forno dove mio padre, mecenate dell'opera, furibondo per motivi che allora mi erano incomprensibili, continuava ad alimentarne il fuoco spingendovi i volumi mentre un forsennato Raffaele lottava con lui per salvare dalle fiamme qualche volume oscenamente bruciacchiato. E dire che mio padre avrebbe dovuto se non altro essergli riconoscente di una ammiccante dedica al volume:

Al caro zio Giorgino
Maestro mio di botte
Maestro mio di vino.

Su chi fosse Raffaele, questo mio cugino un po' folle, le cui improvvise incursioni nella nostra casa avevano i movimenti sussultori di un terremoto per poi placarsi e defluire in un silenzio irreale, non avevo dubbi; infatti per distinguere i quattro cugini che presero il nome di mio nonno, in casa si usavano nomignoli su misura: Raffaele di Placido o "u niuru" per la sua carnagione scura, Raffaele di Federico o Barone dal cognome della madre Dorotea Margherita, Raffaele di Ninì o "u babbu" - del quale F.A. Belgiorno si compiacque di un ritratto peraltro poetico e infedele -, e poi il nostro, che, anche se qualche volta era di Aristide o Moncada, per via della sua precoce inclinazione alla poesia, era senz'altro "Raffieli 'u pazzu".

Il destino aveva gratificato Raffaele Poidomani Moncada, di genio e follia emersi per imperscrutabili vie carsiche, come il mitico nonno anche lui Raffaele Poidomani Moncada, di cui si tramandavano aneddoti e fatti, alcuni irriferibili, e, come in alcune famiglie di altri tempi e di altra memoria, anche di ascendenti e collaterali.

E poi liti, matrimoni, doti ed eredità. Il tutto custodito in tre grandi tomi rilegati in pergamena molle, che attraversano alcuni secoli di storia della famiglia e dissoltisi come i loro protagonisti!

E così, su di un don Systo che nel 1734 , al comando delle milizie che dovevano bloccare la piazza di Siracusa per impedire che le truppe austriache uscissero prima dell'arrivo delle truppe spagnole, «la notte che doveano essere attaccati dall'inimico per mare e per terra egli il Poidomani accorso subito all'una e all'altra parte e avervi trattenuto sempre a cavallo lo spazio d'ore 24 ...» furono immancabili le salaci battute di Raffaele sullo stato termico dei glutei dell'antenato. Per non dire del conseguente titolo su cui la memoria ha steso un velo di onomatopeica censura, o del fratello don Cirillo, laureatosi in medicina a Catania nel 1726 , morto tre volte, le prime due di morte apparente, che si era svegliato in chiesa durante il funerale scalciando dall'interno del tabuto.

Di un don Clemente, mio quadrisavolo, Avvocato Fiscale e Giudice della Gran Corte di Modica, Sovrintendente alle Regie Trazzere etc. etc., Raffaele aveva posto il quadro ad olio a grandezza naturale, che lo ritraeva nel sussiegoso abito settecentesco, in cima alle scale della casa paterna in via Santa Teresa, a lato dell'ingresso, e aveva incollato alle labbra un mozzicone di sigaretta. Nel riquadro in basso una lunga didascalia in latino enumerava cariche e meriti del personaggio con un fulminante epilogo: «morbo acuto periit» - «morto ammazzato», traduceva Raffaele. Io ero affascinato dallo studio-biblioteca di quella casa, dove vivevano anche i nonni materni: le pareti erano occupate da librerie a vetri colme di libri, e sulla scrivania Raffaele teneva un teschio, che chissà come si era procurato, forse lo stesso della poesia Pensieri notturni di Io, pellegrino di sogni , che descrive peraltro il personaggio.

Raffaele narra anche di un don Diego che, «come in un antico romancero castigliano», aveva sposato una famosa cantante lirica, Adele Leone, la quale «aveva furoreggiato nel tardo Ottocento bolognese, per la quale Panzacchi aveva scritto un'ode, ch'era stata l'interprete principale della Carmen e del Barbiere, per la quale Rosina si erano staccati i cavalli della carrozza ad Atene, e che i londinesi in cappa e cilindro avevano scortato dal teatro all'albergo.». Io la ricordo ancora dietro le tendine ricamate della finestra di un appartamentino terraneo del palazzo Colombo, di fronte a casa nostra, e ricordo che un giorno mi invitò con signorile gentilezza ad entrare, per proclamare la nostra parentela a me bambino che ero aduso chiamarla zia, e potei ammirare sopra un mobile la parete intera piena di fotografie che sicuramente ne avevano punteggiato la vita e la carriera. Un giorno, come Raffaele dirà di uno dei personaggi di Tempo di scirocco , « per non aver visto l'ombra dietro la finestra e non avere udito risposta al bussare [.] sfondarono l'uscio».

Dello zio Temistocle, fratello del nonno, si celebrava la forza erculea, e del cugino don Clemente, più volte sindaco di Modica, si sapeva che aveva ospitato segretamente Garibaldi a casa sua e che per l'occasione era stato comprato un servizio di bicchieri per novantasei persone (ne sopravvive ancora qualche esemplare con una solitaria e malinconica bottiglia)! Delle lettere inviategli da Garibaldi, di cui Raffaele conservava le copie, si è persa invece ogni traccia.

Del nonno, massone, burbero e di inflessibile autorità nei confronti dei sette figli, la memoria di cose dette (anche se non lo conobbi e per un Raffaele di sei anni non fu se non un'ombra) fu legata a rispetto e venerazione, come in vita il timore che pure inculcava non sminuì mai l'affetto e la tenerezza filiale.

Un episodio, riferito certamente da Raffaele a Tanino Puglisi, e da me conosciuto nei termini espliciti, nel suo Memorie di Passo Carrafa, ne tratteggia il carattere e la spregiudicatezza:

Di altro episodio congenere, ma meno cruento, si parlava in tali occasioni, quello di un gentiluomo d'altro quartiere che aveva due sorelle monache nel convento di fronte a casa sua le quali, con intenzione stizzosa, disturbavano la sua siesta scampanando di primo pomeriggio a più non posso. In preda all'ira quello si portò bene in vista del piccolo campanile e si calò le brache ostentando generosamente le proprie intimità, talché quelle corsero giù starnazzando come galline sorprese dalla volpe e mutarono per sempre le loro abitudini.

Puglisi omette però le parole che seguirono al gesto! Brutto presagio della demolizione della badia sopravenuta in seguito alle leggi dello Stato unitario che sancivano la soppressione degli ordini religiosi e che ridussero allo stato laicale le suore dei conventi, poi chiamate monache di casa. E tanti altri episodi che lo riguardavano, come il duello con Michelino Tedeschi nel 1867 , per essersi rifiutato di togliersi la maschera durante il veglione di carnevale al Teatro Garibaldi, o le punizioni esemplari, come quella inflitta al padre di Raffaele che passò la notte coi polsi legati appeso ad un gancio del majazè sotto casa, e che i fratelli vegliarono a turno tutta la notte sul balcone per fargli coraggio. Sì, perché non ho mai avuto memoria di una famiglia in cui i fratelli fossero così uniti, malgrado liti, egoismi e mogli.

Ma anche la vendita dell'ultimo fondo di cento salme del terreno di Ritillini (chissà in quanti rivoli dispersi erano andati a finire fra gli altri i feudi del Terrenazzo di oltre mille salme e quello di Cammaratini, che don Clemente aveva ereditato dal fratello don Placido). Così che fu la nonna Giardina a dotare i figli con le sue proprietà. La buona nonna Anna, nipote del patriota modicano Francesco Giardina che fu senatore del Regno, quando le cariche premiavano l'intelligenza e non solo il censo, adorata dai figli, di carattere in apparenza freddo, al punto che si racconta della sua flemmatica indifferenza anche in momenti drammatici.

Quei sette fratelli occupavano quasi militarmente il Piano di San Nicola vigilati dal fedele cane Baratieri, e quelli di loro che erano andati via da Modica per motivi di studio o di lavoro a ogni rientro venivano accolti con gioia sincera dai vicini. Io stesso fui testimone di un don Sariddu Mautisi (il Rosario Maltese del Don Sariddu va via ) lasciare il banco del suo negozio e uscir fuori festoso a salutare mio zio Placido di ritorno da Napoli, dove insegnava, subito dopo la guerra. Aveva studiato a Venezia a Ca' Foscari, come anche il padre di Raffaele, Aristide, che a Venezia aveva anche frequentato il liceo Marco Polo. Placido aveva insegnato nelle scuole italiane all'estero, a Scutari d'Albania, allora sotto il dominio turco, a Costantinopoli e quindi al Cairo. Aristide in Germania a perfezionare le lingue, mio padre all'Università di Grenoble, che fu costretto a lasciare interrompendo gli studi, con un rammarico che si portò dietro per tutta la vita.

Mio zio Federico fondò la D.M. Barone-Prodotti Chimici-Farmaceutici denominandola col nome della moglie Dorotea Margherita Barone, sorella dell'ammiraglio Pietro Barone che fu comandante delle forze navali d'Italia nel Mar Rosso nel 1935 - 36 e nel Mar di Sicilia nel 1942 - 43 , poi sottosegretario alla Marina nel governo Badoglio nel 1943 - 44 . Della D.M. Barone permutò le quote con mio padre, in cambio di terreni spettatigli dalla madre; ereditò fra l'altro dalla zia Antonia, sorella di mio nonno, sposata Frasca, uno stabile dietro la chiesa di S. Domenico dove aprì l'Albergo Minerva, poi a Roma una accreditata pensione di lusso. Emulo di Rocambole, fu in Egitto, da dove fuggì su di un'auto di proprietà di re Fuad, quindi ad Asmara dove aprì un albergo e dove s'era trasferito col figlio Raffaele e la seconda moglie Maria, amica di una principessa Savoia. La moglie fu ferita alle gambe durante un'incursione aerea, e lei poi, con l'invasione inglese di Asmara, ebbe modo di conoscere il pilota che aveva effettuato quel volo. Il figlio Raffaele morì in guerra in Africa Orientale nel 1942 .

Una fauna di zii e cugini, di amici e di personaggi vari, umili e cavalieri, artigiani e putiari, professionisti e canonici nelle loro lunghe luttuose tonache, popolavano il Piano di San Nicola e le viuzze della Costa, di Santa Teresa e del Passo Carrafa, di San Giovanni, di San Giorgio e del Castello, su su fino al Pizzo e al Piano del Gesù e fin dove l'ansia esplorativa di noi ragazzi ci spingeva. E poi gli eventi che scandivano la vita, i suoni e gli odori, le immagini di vita quotidiana rubate dalle finestre o dalle porte aperte dei vani terranei che non di rado ospitavano anche gli animali domestici; i crocchi di donne riunite nelle faccende o nel conversare per i cortili e i vicoli nelle ore di riposo all'imbrunire, sedute sull'uscio di casa, e le dicerie nemmeno sussurrate, le liti e i sentimenti: questo fu lo scenario, il punto d'osservazione su di un mondo non ancora invaso dalle automobili e dalla televisione che permeò lo spirito di Raffaele, attraendolo e respingendolo al tempo stesso, e nel quale ritrovava incessantemente le proprie radici. Tra una nobiltà che non esisteva più (sulla quale peraltro conduceva puntuali e documentali ricerche con non più di tanto dissimulato compiacimento), e una borghesia decadente, tra la classe dei cavalieri e quella degli umili. È in questo mondo che, tra nostalgie insostenibili e aneliti di riscatto, si esercitarono la sua intelligenza e la sua fantasia, e quella sua capacità di cogliere i caratteri di un individuo come quei pittori che ritraggono con pochi segni aspetti dell'animo insospettabili nel fisico, e che finiscono per amare i propri personaggi semplicemente come essere umani; come nel ritratto, riprodotto in sovraccoperta a questo volume, che Sigfrido Pfau con pochi tratti scolpì quasi, con profonda introspezione psicologica, immortalando quel sorriso ironico e beffardo che vive sulle labbra di un Raffaele che ormai pochi ricordano.

Sul professore Cannizzo, cugino di mio padre, Raffaele scrisse pochi lapidari versi .

Ciccio Cannizzo
Professore da strapazzo
Rubizza con il naso fatto a pezzi.
Fra frizzi e lazzi
A passeggiar con vezzi
Resterà sempre un professor di c.

Sul cognome improvvisò un indovinello:

Un giorno dopo poi al giorno d'oggi
E tosto al nom dell'autor t'appoggi.

La caricatura bonaria, l'iperbole, la battuta sarcastica erano la caratteristica del suo conversare, venato a volte di malinconica e ironica leggerezza: dei folti mustacchi del barone Nicastro, diceva che «se da uno entrava un furetto dall'altro uscivano due conigli»; del suddetto barone descrisse anche la digestione, che aveva luogo sulla terrazza di campagna che dava sul baglio, e l'abbaiare del cane all'improvviso esplodere del rumore sordo e tonante, cui i cani delle masserie inseguivano in lontananza i latrati come in un'eco. Quasi un'anticipazione della digestione del nonno Luigi, per altra via, in Il paese delle terrazze .

Del cugino di mio nonno, Ninì Colombo - contro il quale aveva vinto un'unica partita a scacchi delle tante inesorabilmente perse, esplodendo in un impeto di esaltazione nel dargli lo scacco al re, alla regina e a tutti i pezzi della scacchiera - Raffaele riferiva il relativo e assolutamente non pertinente seguito di scacco alla puttana di. etc. etc.

Con una lettera al direttore del «Corriere di Modica», cercò di ristabilire la verità in merito a una aneddotica popolare che lo riguardava, riportata in uno degli articoli di Mar apparsi su quel foglio, e che mi piace qui riproporre. Scriveva il mar :

[.] Il palazzo Colombo non avrebbe permesso l'offesa di uno strozzamento del panorama. Austero, solenne, solitario fino a qualche tempo fa, ora che i tempi sono mutati ha concesso la sua spalla a una palazzina. Un matrimonio d'occasione che, vivente "il Signorino", un saggio consigliere se consultato, non chiese mai a se stesso un consiglio, riserbandosi così la libertà di disporre delle sue cose come meglio gli faceva comodo; vivente "il Signorino", dicevo, il matrimonio non sarebbe avvenuto mai e poi mai.
Una certa ricchezza gli permetteva gli sfoghi di una natura esuberante e bizzarra. Per una volta che il suo cocchiere aveva mancato l'appuntamento alla stazione, aveva voluto che, dal giorno dopo di una sua partenza che non si sapeva per dove, ad ogni treno che passasse da Modica, la carrozza lo aspettasse, fosse giorno o notte.
Per un appunto mossogli da una donna di casa, quando con l'avvento della luce elettrica egli aveva voluto accendere tutti i lumi della sua dimora, riuniti e in pieno giorno, volle che per un mese, notte e giorno i lumi stessero accesi: un cameriere aveva il compito di alimentarli. Una volta uscendo dal teatro Sangiorgi di Catania, non trovò una carrozza e dovette recarsi a piedi all'albergo.
Era stato troppo. La sera dopo tutte le carrozze, comprese le sgangherate, dovettero allinearsi al suo servizio. E i signori di Catania dovettero recarsi a casa a piedi, non prima di avere assistito allo spettacolo, unico nel suo genere di un uomo che, preceduto da una lunghissima teoria di carrozze, sedeva nell'ultima, serio e compassato.
Per dimostrare che a casa sua valeva soltanto la sua parola, mosse guerra al buonsenso e alla logica, riuscendo sempre vincitore, anche quando i mezzi non glielo permettevano più. Si isolò e morì, dopo aver speso gli ultimi giorni della sua esistenza in modo ancor più bizzarro, quasi il canto del cigno. Non è qui il caso di riferirlo. Qualcuno ancora, levando gli occhi al balcone che lo ebbe despota per tanto tempo, si aspetta di vederlo spuntare dritto e serio, come sempre.

E la lettera di Raffaele, non senza una punta di sarcasmo:

Catania, 16 luglio 1957

Carissimo Direttore,

A titolo di semplice rettifica ti prego di pubblicare questa breve nota in merito all'articolo pubblicato sull'ultimo numero del giornale da te diretto il «Corriere di Modica» che tratta di pellegrinaggi in città. Ringraziandoti affettuosamente dell'ospitalità.
Antonio Colombo Poidomani alias "u signurinu Culummu" avrebbe oggi all'incirca novant'anni e, se fosse ancora in vita (cosa possibile dato che la sorella ne conta ottaantasette) la breve pseudo biografia che lo riguarda non sarebbe apparsa, a dirla con le stesse parole dell'autore, «mai e poi mai».
Non perché l'artista non lo abbia trattato con cortesia, ma perché questa tal benevolenza nei riguardi del «signorino», se nelle prime righe era apparsa rispettosa nel seguito si dilunga su certo carattere dell'uomo, si da fargli perdere quell'austerità e quella signorilità accennata, per trascinarlo, sia pure involontariamente, nella macchietta.
In verità il cavaliere Colombo fu un tipo a sé, con tutta la meticolosità legata a uno schema dell'ottocento che potè suonare strano alla faciloneria post bellica e maleducata del fascismo, ma che nulla aveva di assurdità come vorrebbe farsi credere. Se "u signurinu" dispose a proprio beneplacito dei suoi beni ciò avvenne perché la società lo autorizzava, e come in un primo momento lo inquadra mar , egli, se fu un involontario inesatto amministratore delle proprie sostanze, fu invece oculatissimo per quelle altrui, tutelando le quali spesso, ed in specie per una certa cooperativa, durante il periodo fascista pagò di persona lo scotto.
Da questo a trasformarlo nell'invasato maniaco che accende per un mese tutti i lumi della vasta casa o addirittura recluta tutte le carrozze di Catania (quando le carrozze coprivano interamente la rete dei mezzi di affitto!), ce ne vuole! E dispiace che il mar , sulle incerte basi di un'aneddotica popolare fatta di luoghi comuni paesani e stantii, abbia tirato un piccolo pezzo, per tracciare la figura di un uomo ch'egli non ha conosciuto, se ben mi piace, dato che "u signurinu Culummu" non aveva per nulla l'epa pronunciata, ché anzi era magro come un chiodo e semmai una caratteristica aveva era quella di strofinarsi le mani, passando, come se le lavasse, da palmo a palmo contro il dorso in un lembo e asciutto lavacro di soddisfazione, guardandosi le unghie e curatissime unghie.
Una biografia, sia pure passeggera e di colore, deve essere precisa e datata come la monografia se si vuole riuscire nell'effetto, ed è da evitarsi quando la persona che si tratta ha attorno a sè ancora un'aura particolare di affetto e di stima che logicamente si adombra nel vederlo trasportato con leggerezza sulle facete righe di una riesumazione allegra.
In tal caso possono venire due dubbi: o che l'autore lo faccia apposta per sua malignetta natura o che non sappia scrivere.
Non sono convinto della seconda tesi.
Don Ninì Colombo non mosse mai guerra al buon senso, e non si isolò e morì «in modo ancor più bizzarro, che non è il caso di riferire». Una simile frase di chiusura dà luogo alle più svariate supposizioni e diventa offensiva e irriverente. Don Ninì Colombo morì invece dopo giorni e giorni di sofferenze come a qualunque mortale quando l'accidente che lo inchioda a letto non è secco, e fu lucido e preciso fino agli ultimi istanti e senza un briciolo di stranezza, tranne stati d'animo legati al male della cui soluzione egli era perfettamente cosciente.
Ringraziandoti ancora dell'ospitalità credimi sempre il tuo

Raffaele Poidomani

Ho voluto riportare per intero questo pezzo ormai raro perché sono convinto che, sebbene Raffaele sia uno scrittore che sembra alterare e trasfigurare o piegare la realtà e i suoi personaggi alle esigenze della sua scrittura, questo suo testo contenga una lezione di stile, quasi un manifesto: nei suoi tanti scritti, anche quelli degli anni del liceo o dell'università, in versi o in prosa, persone, ambienti e circostanze sono osservati attraverso uno specchio che riflette toni, atmosfere, colori e stati d'animo con un'ironica e affettuosa partecipazione, venata del senso tragico del fluire del tempo e della morte. Tutti i personaggi, se si eccettuano le prime giovanili prose narrative, sono personaggi reali del mondo reale: delle prove migliori di Raffaele l'unico personaggio inventato credo sia proprio la zia Maria di Tempo di scirocco che però è anche l'archetipo di quelle ossute e stantie parenti, più o meno prossime, che vivevano in casa e spesso vi morivano zitelle. È sempre attraverso uno specchio, non una lente deformante , che vengono tracciati i profili dei personaggi, degli ambienti, di una realtà osservata, e quasi anatomizzata, mai inventata.

In una prima fase della sua vita, un senso di autostima per la propria vocazione letteraria, unito a un sostanziale ottimismo, lo spinse a costruire un'immagine di sé, un comportamento e uno stile di vita che, per circostanze meno che sfortunate, avranno conseguenze distruttive. Le sue difficoltà negli studi di medicina e poi di giurisprudenza derivano piuttosto da un rifiuto, e dalla dedizione con avidità alla lettura, alle letterature e a quella che riteneva l'attività alla quale si sentiva votato e che perseguì ostinatamente, senza rinunciarvi mai.

Nello spirito dell'epoca decadente e dannunziana, era votato alla gloria. I primi versi gli procurarono le prime difficoltà al liceo di Modica, iniziate negli anni del ginnasio, quando fu espulso per un anno da tutte le scuole del Regno per aver lanciato in un impeto di collera un calamaio contro il preside Muccio. Dovette così sostenere da esterno gli esami di ammissione al liceo di Gela, frequentando poi il Campailla di Modica. L'ostinazione con la quale volle iscriversi all'Università di Bologna diede poi il via a una stagione di goliardica spensieratezza, di sperpero di danaro e di delusioni familiari.

Ma anche divertimenti e ubriacature, scherzi e malinconie, che furono la temperie in cui trionfava il fascismo, che non impedì agli studenti di Bologna di portare in trionfo sulle spalle Achille Starace in visita in quella Università, ferocemente punzecchiato nei glutei con un grosso spillone.

Sbronze, gite, allegrie di carnevale
Bionde colleghe e allegri compagnoni.
Dolce è riandare, ma fa tanto male.

In quell'ambiente, la vena meno autentica di parodia, satira, caricatura, venne fuori in una «tragedia» in versi che circolò anonimamente, com'era giusto, in dattiloscritto, che ebbi fra le mani; «un componimento scherzoso», come fu scritto, «dovuto alla goliardica penna di uno studente, o di più studenti», che riprendeva il titolo di una tragedia di Euripide. Ma fu anche in quell'ambiente che maturò la prima prova letteraria cui si dedicava con passione da anni, e che portò alla pubblicazione di Io, pellegrino di sogni. Con disappunto e delusione, trovandosi a Milano, dovette constatare che il libro non venne distribuito nelle librerie di quella città, dove pure erano presenti altri libri della stessa casa editrice, frustrando le sue aspettative di raggiungere la notorietà se non il successo.

È nello spirito del tempo che presenta la domanda per partire volontario per l'Africa Orientale, e scrive Imperiale Carmen e Rule, Britannia. Ma gli eventi bellici alterarono e capovolsero la sua visione del mondo. Nel 1941 venne arruolato come soldato semplice, essendosi rifiutato di esserlo da ufficiale. Di questo periodo le notizie sono scarse, lo si vede qualche volta in Sicilia, forse per licenza, e nel 1942 a Catania per gli esami di laurea. I ricordi della moglie Federica sembrano essere precisi: in Grecia e poi in Iugoslavia, dove circostanze e figure lasciano un segno in alcuni dei suoi racconti: Storia di Sare , Funerale all'alba , Nemici .

Ma nel 1943 è di nuovo al Nord dove rimane bloccato almeno fino al 1944 - 45 tra Roma e le Marche, a Camerino dove insegna nelle scuole medie, ma anche Milano, Padova, Fiume, Foligno e Napoli.

Una testimonianza di Federica, del maggio 1989 , suscitata dai ricordi delle conversazioni avute con Raffaele su quel periodo, sembra però imprecisa nella successione dei fatti e offuscata dal tempo, ma è possibile che Federica abbia voluto, in certo modo, enfatizzare gli avvenimenti, nell'intento di tenere costantemente viva la memoria del marito, con encomiabile spirito di dedizione.

Raffaele è certamente a Roma nei primissimi giorni della liberazione, che descrive in una lettera del 2 giugno 1944 ad un amico di Camerino, non recapitata:

[.] Mentre le scrivo apparecchi rombano a bassa quota e razzi incandescenti ardono nel cielo; la notte di Roma è piena di luci, di fiamme, di rombi, di esplosioni, di acre, pungente odore degli spari.
I colli Albani, con le loro vigne ed i loro alberi, con le ville, e Albano e Marino, e Frascati, ardono.

Con la fine della guerra entra in contatto con gli ambienti culturali che gravitavano nell'area politica della sinistra democratica. Si iscrive al Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria ( psiup ) e, dopo la scissione di Palazzo Barberini, al Partito Socialista Lavoratori Italiani ( psli ). Conosce esponenti di quei partiti, e stringe rapporti di amicizia con molti di loro, di cui fa un vivacissimo ritratto, ricordando il xxiv congresso nazionale del psiup tenutosi a Catania nel 1945 , in un articolo su «La Voce di Modica» del 25 marzo 1971 , Appunti sul Presidente.

L'avventura della fabbrica di colla a Camerino, nel 1945 , ha degli aspetti oscuri e indecifrabili e dà inizio ad una lunga corrispondenza col padre, il quale, tra esitazioni e manifestazioni di fiducia, consigliato da un amico a non riporre eccessiva fiducia nelle capacità amministrative del figlio, mette in vendita il terreno del Muglifulo a Modica per finanziare l'iniziativa, nella quale perderà tutto.

Poi inizia la collaborazione a «Italia Partigiana-Rassegna della Ricostruzione», organo dell'Associazione Partigiani Italiani, di cui è direttore Salvo Tomaselli, suo futuro editore, e di cui è segretario di redazione. Su segnalazione di Giuseppe Saragat, viene assunto alla redazione de «L'Umanità» in qualità di critico cinematografico e vi pubblica a puntate Fossili ed altri racconti. Tuttavia la precarietà del lavoro lo spinge a cercare, tra Milano e Firenze, una sistemazione stabile e definitiva, «un canonicato» che gli consenta di dedicarsi al suo lavoro «extra-ufficiale». Da qui le continue richieste di denaro, assillanti sin dagli anni di università a Bologna e che, dopo la morte del padre nel 1946 , graveranno sulla pensione della madre. Da qui la frenetica frequenza delle collaborazioni con articoli e racconti, che peraltro gli impediscono di dedicarsi all'approfondimento di temi e aspetti di opere di maggior respiro ed impegno.

È l'amico Brunello Vandano a richiedergli articoli e racconti per quella che sarà di lì a poco l'edizione romana di «Epoca», dopo il tentativo, suo tramite, di far pubblicare da Bompiani il Racconto in grigio , nucleo di un romanzo più ampio di cui fa parte Fossili. Scrive Vandano da Roma a Raffaele, su carta intestata Bompiani, il 9 ottobre 1947 :

[.] A proposito, ho cercato di far arrivare quella cosa a Bompiani. Ma la faccenda è complicata. Come ti avevo già detto il lavoro non può essere pubblicato così com'è, perché troppo breve: e contrariamente a quel che pensavo un lettore influente di Bompiani, o Bompiani stesso, può dare (così mi è stato detto chiaramente) un giudizio assolutamente personale, non un giudizio da editore; insomma anche un parere favorevolissimo non implicherebbe minimamente la probabilità che il lavoro, in una stesura più completa, venga pubblicato o no . Il caso di parere favorevole sotto tutti gli aspetti, e di mancata pubblicazione, si è già dato varie volte. Perché la pubblicazione dipende da un cumulo di fatti; programma del momento, possibilità di successo commerciale, fiducia nelle possibilità dell'autore di fare altre cose buone e svilupparsi ancora in avvenire, ubbie, voglie e malinconie contingenti, di-gestione, pressione barometrica, temperatura e influssi della Corrente del Golfo. Per concludere, un giudizio che abbia valore pratico può essere dato solo per un libro completo e pronto per la pubblicazione. Se poi per il momento ti accontenti di un parere «per la gloria» puoi essere sicuro che il racconto sarà letto volentieri e attentamente. Io ti consiglio di non preoccuparti dei pareri e di scrivere al più presto altri due racconti.

Brunello Vandano pubblicherà alcuni romanzi da Mondadori nella collana La Medusa degli Italiani, esordendo con Il Quando e il Come. Farà una interessante prefazione alla seconda edizione di Carrube e Cavalieri e, alla morte di Raffaele, che «.mi dà una gran malinconia, perché mi fa pensare quanto siamo in pochi a sapere che Poidomani era uomo e scrittore eccezionale», e ricorderà ancora il manoscritto di quel primo romanzo Racconto in grigio , che aveva proposto a Bompiani per la pubblicazione e che definisce «bellissimo».

Nel 1950 l'onorevole Edoardo Di Giovanni nomina Raffaele suo segretario particolare al Ministero dell'Industria e Commercio, ma la sistemazione, anche se gli darà forse il periodo di maggior serenità e una certa tranquillità economica, legata alla carica politica del sottosegretario di Stato, ancora una volta, a seguito di rimpasto ministeriale, si rivelerà effimera. La conoscenza e l'amicizia con esponenti politici lo spingono a considerare la possibilità per se stesso di una sistemazione stabile, soprattutto per il desiderio di porre fine ad una vita disordinata e raminga, spesso imposta dalla ricerca di un lavoro di collaborazione come giornalista. Intravede così la possibilità di un'assunzione come addetto all'ufficio stampa e studi presso la Cassa per il Mezzogiorno. Si appella al suo amico Giacomo Deuringer perché perori la sua posizione presso il suocero, vice presidente della Cassa. E così il 18 e il 22 maggio del ' 51 e poi ancora il 24 luglio:

[.] Non temo di dirti che Napoli, sì, è una cosa bellissima e vagabonda, ma non ti offre né mi offre altro che la continuazione di un semplice vivere, senza però potermi passare l'auspicata quiete della casa con donna legalmente compromessa.
E se il vivere meno disordinatamente è già un guadagno sensibilissimo, non è pur tuttavia l'ordine vero e proprio che chiedo e desidero.

E ancora il 4 settembre del ' 53 :

[.] A tutto questo metti anche il mio stato d'animo per niente assuefatto al tenore di vita che conosci, pur senza invidia, all'incontro che faccio di autentici dementi e allocchi, nipoti di influenti canaglie, sistemati in canonicati che li lasciano nello stato d'ignoranza permettendo anzi loro di proseguirlo come una carriera, mescola, filtra, decanta, e avrai colera asiatico + reparto gravissimi incurabili + inferno = mio animo.
Tuo suocero [.] ha bene il diritto di ritenermi «etneo» quando e come crede, e di assumere nei miei riguardi una responsabilità limitata, coscientemente però, è chiaro.
Orbene egli potrà ritenere te vesuvico, ma la lunga convivenza, l'affetto, l'affinità parentale, tu stesso gli hai già spiegato che non lo sei; e a tua volta tu sai bene che non sono etneo.
[.] Il tuo personale interesse in fondo si risolve non alla nostra amicizia e al nostro affetto che è abbastanza solido per avere ancora bisogno di puntelli, ma nella mia attività extra-ufficiale, alla quale potrò dedicarmi anima e corpo con quella versatilità e quella maturità che conosci, una volta che cessa l'assillo schiavistico del fetentissimo bisogno, e che Franca., ma questo lo capisci.

Un approdo e una catastrofe! Il fortissimo legame sentimentale con la fidanzata, che gli ha donato alcuni anni di intenso equilibrio affettivo e di serena passione, e il bisogno di ordine e di stabilità economica, sono la molla di una ricerca ossessiva che continuerà per tutta la vita. La sua domanda di assunzione non viene accolta, e a farlo precipitare nella disperazione e nello sconforto interviene la morte improvvisa della povera Franca. Si acuisce in lui il senso del ricordo e della morte, con un atteggiamento, filtrato da un umorismo amaro e consapevole, di umana comprensione per gli umili e gli sconfitti. E in tale coincidenza, nel 1954 , anche se composto nel tempo, esce a Roma Carrube e cavalieri, con una gustoso disegno in copertina di Sigfrido Pfau, che riceve una lusinghiera recensione sulla rivista fiorentina «Il Caffè».

E tuttavia, facendo forza al suo stato d'animo, continua a scrivere, collaborando a giornali e riviste con «l'assillo schiavistico del fetentissimo bisogno», vivendo tra Roma, Napoli, Ischia, Catania e Modica. Articoli, saggi, racconti, poesie, su «Il Mezzogiorno» e «Il Golfo», su «Ischia, l'Isola Verde», «Quaderno da Ischia» e «Il Mattino di Napoli», su «La Sicilia» e su «Catania Sera» ed «Espresso Sera», su «L'Ora» di Palermo e sui giornali locali della sua Modica. Senza requie, sempre assillato dal bisogno di denaro, sempre con il sorriso e la battuta ironica, amabile gran conversatore, e l'ottimismo velato di amaro cechoviano fatalismo.

L'ambiente catanese lo gratifica di sincere amicizie risalenti agli anni giovanili: Enzo Maganuco, professore di Storia dell'Arte all'Università, il professor Guglielmino che Sciascia riscoprì per Sellerio con una raffinata edizione dei suoi Ciuri di Strada , Angelo Ciavarella, direttore della Biblioteca Universitaria, poi trasferito alla Palatina di Parma, autore di pregiate monografie fra cui una sul Bodoni pubblicata da Franco Maria Ricci, Fortunato Grosso, raffinato editore di edizioni esclusive, amico di grandi artisti e amico personale di Rafael Alberti,i quali io, giovanissimo studente di lettere, conobbi personalmente su presentazione di Raffaele. Angelo Ciavarella fu lo scopritore delle lettere d'amore di Giovanni Verga alla Contessa Dina di Sordevolo.

È interessante seguire la storia di questa scoperta dal racconto che ne fa Ciavarella, per le difficoltà e gli ostacoli frapposti dall'ex direttore della Biblioteca Universitaria, per non dire del ruolo che Gino Raja ebbe nella vicenda, in ciò da quello chiaramente favorito; la pubblicazione delle lettere da parte del Raja gli valse il premio di un milione conferitogli dalla giuria del premio Verga, presieduto da Bonaventura Tecchi. Ne seguì un iter giudiziario che vide Raffaele, accusato dal cavaliere Giovannino nipote del Verga, e poi assolto, del reato di calunnia:

[.] Quel veto dell'erede, sobillato dall'editore e da altri malevoli, mi sapeva troppo di inquisizione e di sopraffazione. Il Poidomani ebbe sempre il mio incondizionato appoggio durante la mia permanenza a Catania. A seguito del ricorso naturalmente fu istruita la causa contro di lui. Nelle diverse fasi del processo l'incriminato amico trovò un valente e sensibile difensore nell'avv. Vacirca di Caltagirone. L'iter della legge fu lungo e spinoso. La vertenza passò dalla Corte d'Assise a quella d'Appello e si chiuse in Cassazione. Il Poidomani alla fine riportò una vittoria netta, assoluta e ben meritata, che lo ripagava ampiamente delle non poche sofferenze morali sopportate, senz'essere un malfattore.
A onor del vero, ammirevole, eccezionale per la sua dignità e fermezza d'animo durante il decennio del processo. Non dubitò mai della vittoria, anzi ridicolizzava - come solo lui sapeva fare - la stupida manovra degli avversari e in primo luogo del Cavaliere, che avevano gonfiato a bella posta la offesa onorabilità di Giovanni Verga, scrittore fra i più grandi, per quelle lettere assolutamente innocue.
Di tale vittoria si parla con stile freddo, impersonale, senza nessun tono trionfalistico al termine della lettera in data 16 febbraio 1967 , di cui le accludo copia. «Con sentenza 19 luglio 1966 n° 1951 , che potrai leggere sul Massimario della Giurisprudenza Italiana col. 857 , la Cassazione ha respinto il ricorso del cavaliere.»
[.]
P.S. In definitiva Raffaele è stato il primo divulgatore degli inediti verghiani alla contessa. Il Raja è un infiltrato, la talpa delle lettere che, favorito sfacciatamente dal mio rivale-predecessore-successore, si è fatto bello delle penne del pavone e ha guadagnato riconoscimenti e il premio di un milione.
Se a questo mondo c'è giustizia!

Raffaele pubblicò su «La Sicilia» una serie di articoli, nei quali veniva resa nota la scoperta insieme ad ampi stralci delle lettere del Verga. Vorrei ricordare qui l'amicizia che legò Raffaele allo scultore Salvo Giordano, il quale, in quel tempo, lavorava ad un busto dell'autore di Mastro don Gesualdo , che distrusse in seguito alla lettura delle lettere alla Contessa.

Nel 1956 inizia l'avventura giornalistica che lo vedrà schierato politicamente, in veste di fluente versificatore satirico, insieme a Virgilio Failla, deputato comunista. In quell'anno fonda e dirige «La Nuova Provincia» e, dal 1962 , quando si trasferisce a Modica dopo il matrimonio, «Sicilia Punta Est». L'avventura condizionerà la sua vita in rapporto all'ambiente politico, creandogli ostilità e qualche inimicizia. Certamente, e anche se qualche volta la satira risultava irriverentemente graffiante, non da parte dei vecchi amici che militavano in diverso schieramento politico: un sindaco dell'epoca, che generosamente lo aiutò dopo il licenziamento dal posto di direttore della Biblioteca Comunale, con delibera trimestrale di incarico non ricordo a che titolo, disse: «A Raffaele si deve voler bene».

Gli fu rimproverato di aver messo la sua penna al servizio del Partito comunista, e sono convinto, conoscendolo e senza fargli torto, che avrebbe applicato ugualmente ed efficacemente la stessa ricetta nel campo avverso. La verità è che Raffaele, fu palesemente usato, fors'anche perché respinto in quanto ritenuto inaffidabile, e si trovò irretito in una logica che gli consentì di vivere, anche se in modo precario, della sua attività prevalentemente letteraria. Forse un gioco, però privo di odio ideologico, ma venato di populismo. Ma qualcuno sicuramente gli volle male.

L'incontro con la giovanissima pianista Federica Dolcetti Chabert, che aveva tenuto un concerto al Teatro Garibaldi per gli «Amici della Musica», sicuramente destinata ad una brillante carriera concertistica, decide della sua vita, come per ogni uomo. Sarà la morte della madre ad accelerare la decisione di Federica di trasferirsi a Catania, dopo un accorata lettera nella quale manifesta la sua disperazione per i rapporti col padre.

Ma altro dolore, altra morte incombe. Il 5 giugno di quell'anno muore la madre. Raffaele tenne un incredibile dettagliatissimo diario, seguendo quasi attimo per attimo ogni respiro fino alla fine:

[.] Ah. Quel respiro!
Quell'onda, che andava e veniva, e si spegneva lenta, sempre più lenta, sempre, sempre più lenta, lenta, fino all'ultimo, lenta. Mamà. Mai più mamà. .

Angelo Ciavarella da Parma gli indirizzerà una commossa lunga lettera:

[.] Accogli il mio cordoglio vivissimo, caro affettuoso amico, e sappi che i ricordi non mai cancellati di quelle ore trascorse in casa tua, sotto l'occhio tenero e amorevole della mamma, mi hanno in questo momento afferrato con violenza e indotto alle lagrime. Come è labile l'esistenza nostra e io non so credere a questo crudele distacco.

È ora tempo di responsabilità. Il matrimonio, nel maggio del 1960 , quando Federica era in attesa del secondo figlio, il trasferimento a Modica, la nomina a direttore della Biblioteca Comunale.

All'amico Angelo Ciavarella scrive il 12 marzo:

[.] Sono perfettamente lieto di sapere che entro l'anno metti a posto la tua famiglia, da parte dell'umile sottoscritto al più presto, dato che sono anche incinto.

Il lavoro delle collaborazioni sui giornali è diventato una corvé quasi ossessiva, che deve dividere con ricerche su antichi documenti d'epoca, tesi di laurea che gli richiedono anche dalla Francia, il giornale «Sicilia Punta Est», pubblicato fino al 1966 e che praticamente scrive da solo, ma anche racconti e poesie, che sono i momenti della sua pensosa intimità. E poiché Raffaele è contrario a far lavorare la moglie, questa, dopo un concerto al teatro Bellini di Catania, abbandona il concertismo per dedicarsi alla famiglia, e, dopo il licenziamento del marito dal posto di direttore della Biblioteca Comunale, intraprenderà l'insegnamento di musica nelle scuole e lezioni private di pianoforte.

Nel 1960 l'editore Massa pubblica Catania giorno e notte, che è un tributo d'affetto che Raffaele non poteva non pagare alla sua seconda città e ai suoi amici. Ed è un lavoro di impegno e di elaborazione formale, che avrebbe avuto «intenzione di riproporre certo, con capitoli aggiunti e succosi». E nella stessa lettera del 12 marzo a Ciavarella:

[.] Ed in un libricino del genere un disegno che rappresenta luoghi noti è forza del libro stesso. Pazienza.

Disegni che non furono inseriti da parte del Massa «per non pagare i cliché».

In fondo il Massa è sempre lui, e si perde in piccole sciocchezze da piccinino, quale ad esempio, togliere, ch'io non c'ero, un capitolo per risparmiare un sedicesimo.

Raffaele, in definitiva, non ha pubblicato molto in vita, se si eccettuano articoli, racconti e poesie apparse sulla stampa periodica. Sempre nel 1966 La peste a Modica nel 1626 , nel 1969 la riedizione di Carrube e cavalieri e nel 1971 Tempo di scirocco, che peraltro era pronto sin dal 1965 .

Dal diario del 21 maggio 1965 :

[.] Poi da Bompiani dove mi riceve la signora Ottieri, alla quale, sarà bene ricordarsi, dovrò inviare da Modica cartoline.
Molto cordiale e gentile riesce a offrirmi la possibilità della pubblicazione da parte dell'editore Bompiani di Tempo di scirocco , il quale parte per l'America ma ritorna al più presto.

Spesso doveva quindi pubblicare a proprie spese, e non sempre era nelle condizioni di farlo, e quasi sempre in piccole tipografie locali. Tuttavia gli ultimi anni trascorsi a Modica furono abbastanza proficui, ma si sconoscono moltissimi scritti, alcuni sicuramente risalenti agli anni precedenti, a causa della dispersione del suo archivio. Alcuni inediti sono risultati, successivamente alle ricerche condotte, pubblicati su giornali o riviste. Alcuni libri, pronti per la stampa, non sono stati mai ritrovati. Così Le ballate a mo' del Trecento, cui presumibilmente fa riferimento un indice rinvenuto fra pagine di appunti. Destinate alla pubblicazione nel lontano 1940 , e di cui aveva scritto la prefazione, ne sopravvivono solo alcune. Stessa sorte ha un volume dal titolo Storie di gente e Tre diari inediti dell'Ottocento , il cui dattiloscritto fu certamente consegnato alla casa editrice Estro di Gela, di cui esiste addirittura una cartolina di prenotazione! E così anche per il dattiloscritto Dove ci conduce il fiume , anche quest'ultimo consegnato in tipografia, come mi confermò Federica.

Da pagine sparse di appunti emergono intere pagine di titoli, alcuni provvisori, come può constatarsi dai titoli definitivi di Carrube e cavalieri e Tempo di scirocco, risalenti anche agli anni Cinquanta e Sessanta, o appunti e tracce di racconti a cui rimandano: sicuramente un primo tentativo di sistemazione antecedente la pubblicazione o semplicemente un crogiolo da cui estrarre con criteri definiti quei racconti che dovevano far parte delle singole raccolte. Infatti molti titoli sono ripetuti e riordinati diversamente in altri fogli, insieme a titoli apparsi sui giornali o che avrebbero dovuto esservi pubblicati, ma di cui si può ipotizzare con certezza che molti possano aver fatto parte di quelle raccolte perdute o di probabili altre, anche se può sembrare un esercizio sterile. Tuttavia rappresentano solo la punta di un iceberg, nel mare di una produzione incessante e continua.

Raffaele deteneva un archivio vasto e importante, una biblioteca con libri spesso rari e costosi, manoscritti e documenti di notevole valore storico, di famiglia o raccolti in una vita di passione per la ricerca e lo studio. Anche le sue cose, dagli scritti giovanili agli inediti, erano rigorosamente catalogati e custoditi in faldoni (e quando pubblicati, al manoscritto e al dattiloscritto era unita la rivista). La sua curiosità nasceva da una sorta di storicizzazione di persone, anche di se stesso, e di eventi anche del presente di cui era stato testimone, ma come tale si poneva in relazione ad eventi del passato, come se vi fosse coinvolto fisicamente ed emotivamente, per riviverli, per renderli presenti. Brunello Vandano nella prefazione alla seconda edizione di Carrube e cavalieri osserva:

[.] Il contenuto in Carrube e cavalieri come nelle altre opere di Poidomani, è la storia di una famiglia siciliana a cavallo tra la nobiltà e la borghesia, come tra la città e la campagna. Questa tematica a prima vista tradizionale, è resa insolita da una tonalità di base che accompagna il suo dipanarsi, cioè di una nostalgia di timbro particolare. Qui non è il passato presupposto della nostalgia, ma il contrario. Non è l'essere trascorse, il non esistere più delle cose, che produce la nostalgia, bensì la nostalgia che rende passate le cose, soffonde di passato anche le situazioni presenti. Nel mondo di Poidomani tutto è passato . Alcuni (intensi) brani descritti di Carrube e cavalieri sono riferiti a situazioni trascorse, ma non appartengono per loro natura al passato, in quanto le cose rappresentate potrebbero benissimo sussistere nel presente.
È la nostalgia che le avviluppa, a proiettarle nel tempo perduto, a farle passate. Sicché nella rappresentazione di Poidomani, il presente non esiste. Tutto ciò che si crede presente è gia morto; e questa è la chiave della tristezza umana.

E in una lettera del 9 giugno 1965 a un amico di Senigallia Raffaele scrive:

Mano a mano il mondo antico, che diventa nostro con rammarico, malgrado Federico mio figlio corra qui dentro e non possieda ancora un anno e mezzo, scompare desolatamente, soli lasciandoci.

Ma Raffaele fu anche un finissimo e delicato poeta, e della sua vasta produzione non rimane che il giovanile Io, pellegrino di sogni , e pochi altri componimenti fortunosamente recuperati, se si escludono «gli innumeri versi coglioni» delle satire politiche. Moltissimi perduti, molti dei quali avevo letto sulla rivista di Giacomo Deuringer «Ischia, l'Isola Verde», di cui però non sono conservate tutte le annate; e tante altre inedite o sparse in altre riviste, che presentano notevoli difficoltà di recupero, sia per la loro mancata o parziale conservazione o anche catalogazione, sia per il frequente uso di pseudonimi. In essi vi era l'animo più vero di Raffaele, in cui una diffusa nostalgia, quasi crepuscolare, ingenera un velo di tristezza e di amara solitudine.

Conclude Vandano nella sua prefazione:

Questo è l'umorismo, o meglio uno spirito di tono particolare che costituisce la cifra della scrittura di Poidomani. Un umorismo che non è fine a se stesso, non è inteso a divertire l'autore e il lettore, ma ha funzione immunizzante. Da che cosa? L'ho già detto: dal tempo, quindi dalla morte. È lo stesso genere di riso e di sorriso che troveremo poco più tardi (la prima edizione di Carrube e cavalieri è del 1954 ) ne Il gattopardo del Tomasi di Lampedusa. Sennonché questo incantesimo mediante il quale lo scrittore si estranea dal mutamento e dalla fine delle cose, implica il prendere atto istante per istante della morte: è trionfo sulla morte e insieme trionfo della morte. Da ciò la tristezza di questo libro lieto, la pietà di questi racconti beffardi: Carrube e cavalieri è un testo bifronte, enigmatico e struggente, com'è sempre la vera poesia.

Ho parlato più sopra di malinconica e ironica leggerezza, ed è quasi obbligo citare Italo Calvino delle Lezioni americane :

[.] Come la melanconia è la tristezza diventata leggera, così come lo humour è il comico che ha perso la pesantezza corporea (quella dimensione della carnalità umana che pur fa grandi Boccaccio e Rabelais) e mette in dubbio l'io e il mondo e tutta la rete di relazioni che li costituiscono. [.] Non è una melanconia compatta e opaca, dunque, ma un velo di particelle minutissime d'umori e sensazioni, un pulviscolo d'atomi come tutto ciò che costituisce l'ultima sostanza della molteplicità delle cose.

Ma anche rileggendo le sue poesie non è raro trovare momenti di soffusa nostalgia e di intima partecipazione, anche se il giudizio non può che essere parziale, e così alcuni versi, e potrebbero essere tanti, danno la misura della grandezza:

. partita . partita . andò via .
Non torna mai più fra di noi .
Non torna su l'ampia scalea
Ridente fra gli ospiti suoi
La buona signora Maria .

. Non torna pei viali a passare,
Non viene a curare i suoi fiori.
C'è tanto rimpianto nell'aria .
. intorno son tanti dolori .
. partita . mai più . ritornare .

E tutto si tace nel sole
E il pianto si perde nel viale.
Qualcosa mi serra la gola,
Qualcosa che fa tanto male,
E guardo . le aride aiuole.

Altri comunicano una grande forza evocativa:

L'itala gente ancora rifiorì,
Ed a la terra indegna vi torremo,
O morti sacri, o morti di Bligny.

Quasi sempre sono avvolti da una eleganza formale, anche se moduli e forme sembrano tratte dalla bottega di Gozzano o di D'Annunzio, con echi carducciani.

Ma su tutto aleggia un fatalismo, che è anche di molti scrittori siciliani, per tutti Brancati di cui Carlo Bo traccia un profilo che sembra quello di Raffaele: «Brancati intendeva raggiungere nel quadro di quella vita provinciale il senso dell'uomo, i pochi numeri di una legge eterna, di una legge al di là della geografia. Ed ecco che all'ironia e alla satira ha creduto di dover innestare la malinconia, magari la tristezza [.]»

Come Ettore Lo Gatto su Checov: «Quella acuta intuizione della tristezza della vita che molti attribuiscono al Checov degli anni maturi era già in lui proprio dietro l'allegria e spensieratezza del giovane studente di medicina che si nascondeva dietro a degli pseudonimi, quasi avesse pudore di rivelare la propria natura.»

Raffaele fu un uomo contraddittoriamente giudicato per i suoi comportamenti esteriori, ritenuto per molti aspetti inaffidabile perché di carattere instabile, e questo gli nuocette non poco; qualche volta con malevolenza, ma per chi non lo conobbe veramente. Ebbe le sue debolezze e fece i suoi errori, come tutti i mortali, anche se è facile essere giudicati quando di essi si conoscono le conseguenze. Il vero Raffaele è invece tutto nei suoi scritti.

Dalla corrispondenza non si ricavano notizie circa la partecipazione a premi letterari; forse qualcosa potrebbero dirci i diari, che non ci è stato consentito di consultare. La cosa può sembrare strana, ma Raffaele non fu un abile e attento promotore di se stesso.

La sorte non gli fu benigna in vita e, dopo morto, l'oblio della memoria scese sulla città che aveva amato, e non gli fu meno generosa.

Il lungo declino, seguito all'infarto che lo colpì pochi giorni dopo la perdita del posto di direttore della Biblioteca Comunale e a un ictus devastante che gradualmente lo ridusse alla quasi cecità, fu seguito dalla perdita del suo archivio, in gran parte custodito, dopo un trasloco, in un garage messogli a disposizione ma di libero accesso. Cosicché il saccheggio fu quasi inevitabile. Amici interessati negli ultimi tempi andavano a trovarlo a casa, quando Federica usciva per andare a scuola, e gli sottraevano documenti e libri approfittando della sua cattiva vista: quale sorte per uno scrittore!

Lo vidi per l'ultima volta, chiamato da Federica, in coma, sul letto, in posizione fetale come nel brano de Il biscotto di legno che sembra quasi una premonizione.

Gli era parso improvvisamente di trovarsi con le ginocchia contratte ed i pugnetti chiusi in quella delicatissima culla di legno dipinto in azzurro ed oro, con tutte quelle trine; ed ecco, le tendine di tulle si erano spostate delicatamente, ed era apparso un volto ovale, dolce, bello, con le sue trecce nere sparse sul collo, e la collana di perle che ogni tanto lo toccava sulle braccine.
Il tulle si spostò ancora, si allargò ai lati con la delicatezza di un sipario di balletto, una mano gli si posò sugli occhi, una mano di latte, di seta:
- Simon, - disse la voce, - piccolo mio Simon, che hai? Perché ti lamenti? Dormi, riposa, piccolo caro, ecco, così, Simon, - e pian piano richiuse le tendine.
- Màà. mà mà. - sussurrò il bimbo, Dio quanto era piccolo!, spalancando in un sorriso la boccuccia raggrinzita, poi prese a dormire.

Alle tre di notte fui raggiunto da una telefonata di Federica.

***

L'essere vissuto per quasi un decennio fra le carte di Raffaele, manoscritti o fotocopie, giornali, bozze da correggere, analizzando la scrittura o la carta usata per datare gli scritti, nella ricerca ininterrotta di indizi che potessero aiutarmi a scoprire chi altri avrebbe potuto collaborare all'impresa, mi ha immerso in uno stato d'animo di angosciante amarezza, che mi viene dal constatare come si muoia nella memoria di se stessi e degli altri, in una sorta di sacrilega profanazione dell'animo di un uomo.

Natalia Ginzburg esprime così questo stato d'animo:

Come ogni storia familiare sulla quale è passato un secolo, questa presenta lacune, vuoti, erosioni, anelli mancanti. Io credo che simili erosioni e devastazioni, mi siano parse attraenti perché misteriose e dolorose, e perché inoltrarvisi era strano come inoltrarsi per una terra sconvolta da un nubifragio; dove accadeva a volte di incontrare oggetti e suppellettili, quando intatti e quando sciupati, ma caldi ancora della vita degli essere umani che li toccarono.

Misteriose no ma certo estremamente dolorose!

Mi sono mancati i diari che Raffaele compilò giorno per giorno per tutta la durata della sua vita, annotando di tutto, incollando ritagli e biglietti di treno, ricevute e foto, appunti per racconti o poesie, e i suoi continui viaggi nel pellegrinare in tutta Italia, e che vengono custoditi chi sa dove.

Ma quante carte sono emerse da quell'archivio, un corpus ingente di migliaia di lettere di famiglia che datano dagli ultimi anni dell'Ottocento fino a tempi recenti, di cui più di mille recuperati in una discarica dopo che solerti e intelligenti filatelici ne avevano asportato i francobolli in parte rarissimi o addirittura le buste, lasciando le lettere. Nonni, zii, nipoti, cugini, parenti e amici - i miei - che, in un tempo in cui il telefono non esisteva e ci si misurava con problemi e sentimenti, scrivevano tutti a tutti. Nel leggerle, per averli conosciuti, mi è sembrato di ascoltare la loro voce.

Mi sono anche sentito sommerso dalle carte, dalle parole e dai personaggi, noti o riconoscibili, che le popolano, ma soprattutto da un mondo, quello di Raffaele, che è anche quello dei sopravvissuti, osservato col rimpianto, l'emozione e la tristezza delle cose che non sono più. Memorie e ricordi familiari che erano memorie comuni. Una incredibile folla di personaggi che hanno accompagnato la sua, la nostra vita, che affollano i suoi scritti. E le incursioni nella storia, a resuscitare personaggi come il conte Bernardo de Cabrera o l'imperatrice d'Austria o Jeanne D'Arc, a placare la sete delle sue suggestioni letterarie. Come non pensare per quel senso del destino, della sconfitta solo per essere vissuti, e della morte all' Antologia di Spoon River ?

Dove sono Ciccio Finocchiaro e Angelo Ciavarella, Sergio Ventura e Mimmo Ruffino, Bianca e Sara la Straniera, Mita 'a Purtualla e Mariantonia, che altro non era che la Mariangela verdumaia, moglie di mastro Concetto legnaiolo, ai cui baffi Raffaele appiccò il fuoco, e Mazza e Pilli, e lo zio Ulderico, effettivamente suo zio Ludovico? E il reverendo canonico Maltese e il calderaio Geremia, che aveva conosciuto Lenin, e che, di fronte al portone di casa, al ritmo cadenzato del martello ricamava fiori concentrici sul rame per farne padelle e paioli, e don Nenè, che non era altri che lo zio di mia madre, e il duca don Ferdinando A., dalle belle figlie, che lo zio apostrofava con "'u dducazzu" pronunciando la d palatale alla ragusana? E tutti i protagonisti di Carrube e cavalieri e Tempo di scirocco che si muovono sullo stesso piano di tutti gli altri per essere effettivamente esistiti, con il professore Lancetta e il professore Guglielmino e Giuseppe Alticozzi e, perché no, il preside Muccio, e lo zio Pietrino, il «con poco rispetto ma con molto affetto nanerottolo fottuto» di Due gentiluomini a singolar tenzone , episodio autentico anche questo, avvenuto l' 8 novembre 1927 al Tribunale di Modica? E tutti gli amici di Catania giorno e notte, l'arcidiacono Enrico Napolino e Annibale Maria di Francia ricordato da Raffaele in una Messina che ancora conservava le tracce del terremoto?
«Tutti, tutti, dormono sulla collina» .
Dove sono i protagonisti delle sue bonarie satire, che hanno anticipato nel viaggio altri personaggi ancora viventi?
«Tutti, tutti, dormono sulla collina» .
Eppure tutti vivono nelle pagine scritte da questo figlio della memoria, da questo che fu solo un uomo sfortunato.

Tra le tante carte sparse ritrovate, una conteneva una quartina scritta in caratteri minutissimi, che è quasi un epitaffio:

Tintu cu cari ppi ciamari aiutu
La sorti lu pigghiau ppi so' nimicu
Ca forra miegghiu lu stàrisi mutu
E socchi piensu nun parru e nun ricu.

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