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Inaugurazione Circolo Didattico
intitolato a Raffaele Poidomani

“Si, è naturale che lei lo abbia prescelto. Doveva essere cosi e io non mi posso lagnare. La colpa è mia. Che diritto avevo io di non pensare che lei volesse unire la sua vita alla mia? Chi sono io? Che cosa sono io? Un uomo insignificante, che non è buono né per sé né per gli altri”.
Cosi pensava Levin uscendo da casa Scerbackj’ e così deve avere pensato in tutta la sua vita Raffaele Poidomani , negletto in patria, quasi un paria, definito dalla sua stessa famiglia “Raffiele u pazzu” a causa della sua eccentricità “.
Ed è su questa sua natura che ha fatto presa la grande letteratura dell’800 non essendo difficile rilevare l’influenza di Tolstoj in alcune sue opere, come ad esempio in “Carrube e Cavalieri”. Come non avvertire infatti la presenza della Principessa Madre in Donna Paolina che, alternando il tu al voi, riesce comunque a gestire il suo difficile uomo o quella della isterica Kitty nella zia Maria e nelle sue malattie immaginarie, principalmente causate dalla istanza urgentissima di trovare un marito, o infine quella del Principe scerbackji del nonno Moncada, costretto dai tempi a nascondere dietro una maschera ferrea la sua profonda umanità di padre innamorato dei propri figli, la sua tenerezza che travolge gli argini rappresentandosi, come dopo il matrimonio di Maria, con il luccicore degli occhi: “quanta polvere hanno fatto questi porci uscendo!”. 

Non parodia, dunque, come furono frettolosamente liquidate le opere di Raffaele Poidomani, ma prodotto letterario di altro profilo, in cui i grandi precursori sono stati determinanti nella stesura di un quadro a pennellate semplici e ricche di colori in cui viene raffigurato, con naturalezza, un ambiente familiare aristocratico spostato da Mosca e Pietroburgo nella nostra Modica. 

Tela eseguita con grande eleganza e con rigore filologico, tesa a tramandare un ambiente descrivendolo per quello che era, senza infingimenti o edulcorazioni, forse nella consapevolezza presaga che, a distanza di tanti anni dalla sua morte, qualcuno, un cugino, Umberto, avrebbe operato un lavoro certosino, straordinario, raccogliendo in ogni angolo d’Europa corrispondenze ed articoli, saggi e novelle, poesie e satire, esiti ed inediti, per dare vita a cinque volumi che rappresentano un autentico monumento alla produzione letteraria e alla vita di Raffaele Poidomani, in cui l’Amministrazione Comunale ha voluto intitolare uno dei più prestigiosi Istituti della Istruzione nella città di Modica, il IV circolo didattico. 

Un omaggio ad un uomo che in vita fu un reietto, un uomo che, però coltivava sogni. 

Ed i sogni, lo sappiamo, purtroppo, spesso, si realizzano quando non è più possibile goderne come quello del limone a piretto, sterminato, dal valore di lire due che si levava al cielo ad indicare la sua potenza.


“sognai per tanti anni il possesso di questo limone e quando finalmente ebbi la possibilità di comperarlo mi accorsi con rammarico che non mi occorreva più”.

 

 RAFFAELE POIDOMANI: PELLEGRINO DI SOGNI!

Giorgio Cavallo
Assessore alle Politiche Culturali
Della
Città di Modica
Patrimonio dell’Umanità

 

Pubblicata Tesi di Laurea
di Giovanna Polara

"Tra memoria e denuncia: Tempo di Scirocco" di Raffaele Poidomani
Relatore: Chiar.mo Prof. Giuseppe Savoca

clicca qui per visualizzare la copertina della tesi

 

Rassegna Stampa



Da " Stilos", Martedì 22 giugno 1999

POIDOMANI
UN PROVINCIALE IRRIDENTE

Raffaele Poidomani ha attraversato la sua Modica (dove nacque nel 1912 e dove mori nel 1979) cogliendone in modo arguto tutte le suggestioni di piccolo paese di periferia, ma dal rilevante blasone culturale, ironizzando sulla borghesia e i nobili, sui «cavalieri» e i «massari», e rievocando con una prosa di intensa originalità un mondo in larga misura alimentato dalle sue esperienze di vita. Quelle esperienze segnate, fin dagli anni ‘20, dalla istintiva indisponibilità di una società fortemente condizionata e sostanzialmente conformista (come quella di larga parte del Paese tra le due guerre e poi subito dopo, negli anni della forte presenza democristiana) a raccogliere e tollerare le voci anticonformiste e ribelli di chi con l’arma della fantasia e della creatività si voleva tirare fuori dal coro. Conseguita lo maturità classica al liceo-ginnasio «Campailla» da esterno, dopo essere stato espulso per aver diffuso tra i compagni di scuola un gustoso poemetto satirico, «L’Olimpo Liceale», aggressivo nei confronti di preside e professori, Raffaele Poidomani studiò prima a Bologna alla facoltà di Medicina per poi laurearsi invece (nonostante i tanti esami superati nella disciplina di Esculapio) in legge a Catania. Durante la seconda guerra mondiale fu soldato in Grecia ed in Jugoslavia, per poi peregrinare per l’Italia (da Roma a Firenze, da Milano a Napoli) collaborando con numerosi giornali e riviste di varie parti del Paese «L’Unità», «La Sicilia», « Paese Sera », «Corriere di Catania», «Epoca», «Il Caffè». Gli ultimi anni lo videro direttore, a Modica, della Biblioteca comunale, chiamato ancora ad interpretare - quasi alla macchia, però, per la scarsa diffusione editoriale dei suoi libri - il ruolo di Edgar Lee Master in prosa, con il tono divertito e divertente del vernacoliere, delle piccole quotidianità di un paese come Modica.

Come tanti scrittori, dopo alcune prove in poesia (Io pellegrino di sogni del 1938), Poidomani si scopre narratore intenso (Fossili del 1949), capace di reinventare nel tono discorsivo la vicenda umana e sociale di una comunità che nel conflitto tra i ceti ha modo di analizzare costumi, mentalità, atteggiamenti, persino scelte di vita. Sono le pagine gustosissime di Carrube e cavalieri, pubblicato a Roma da Tomaselli nel 1954 e poi riedito a Ragusa nel 1970. Ed anche i racconti di Tempo di scirocco, che prefati da Gio­vanni Rossino, vedranno la luce a Modica nel 1971, sono una naturale

prosecuzione di questa raffinata colta rilettura di un ambiente, dentro il quale Poidomani finisce con il muo­versi a piacimento. Le pagine di Poidomani (che dimostrò anche di essere un cronista attento ed uno storico informato, come confermano le notizie del suo La peste a Modica nel 1926 sono una carrellata di divertenti scene caricaturali e di arguti personaggi identificati attraverso un gesto, un tic, un particolare fisico. Così le saghe familiari delle grandi famiglie pa­triarcali (o meglio matriarcali) di questo angolo di Sicilia si ritrovano con tutta la loro identificante unicità: il nonno brontolone, la nonna dalla facile commozione, la zia «single» o meglio zitella, i servi e le serve, i contadini, fino alla sterminata fila di mocciosi, chiamati a ricordare la vita e la sua magica imprevedibilità. Questo mondo che si snoda tra la località e gli spazi riconoscibili della campagna e dei paesi siciliani, ha naturalmente i suoi riti, le sue tradizioni, ed è quando la penna di Poidomani rievoca queste esperienze, colorando le del suo naturale sentimento di affettuosa partecipazione ma anche strappandole con la forbice impietosa dell’ironia più corrosiva, che la scrittura si fa personalissima ed irresistibile nei toni e nella verve narrativa. E di questa società che è definitivamente tramontata, Raffaele Poidomani è riuscito a prendere le distanze non solo da narratore ma anche, con eleganza, da cronista ed interprete.

Carmelo Arezzo

Da "La Sicilia", sabato 16/09/1995

RAGUSA cultura
LIBRI / I racconti veri e fantastici, in forma di apologhi, di Raffaele Poidomani

Lo scirocco uccide
Storie di persone sole e disperate in balìa del tempo

 TEMPO Dl SCIROCCO
Raffaele Poidomani
Setim, 1971

 I nove racconti appaiono raccolti sotto un titolo che è una sigla epifanica. Lo scirocco, vento eponimastico della Sicilia, è l’agente esterno e incombente che pone ogni vicenda umana sotto una cappa oppressiva e soffocante. Nel primo e nell’ultimo racconto, come incipit e excipit lo scirocco è il deuteragonista occulto dietro il quale si maschera la morte. In La morte di un santo, Don Filippo, or­mai vecchio, sente delle braccia di Nela lo scirocco come ((un’aria stagnante e grassa)), come «torpore e noia)), che si fa condensa e che «cola come olio». E in un ultimo fatale rigurgito d’amore Don Fi­lippo ricorda Mena «venuta a tenergli compagnia portando tra le braccia e le gambe solleone e tramontana insieme», cioè calore e freschezza, quindi la vita. Quando ha appena gustato le grazie di una procace e giovane serva, Don Filippo resta quindi ucciso dallo scirocco che «è l’appiccicaticcio respiro del tempo entrato dal balcone schiuso». E il tempo, cioè l’età avanzata, la quale non ammette aneliti di gioventù, a uccidere il vecchio gentiluomo. E il respiro del tempo è lo scirocco, che si appiccica «sututto, nelle carte, nel tavolo, nei pantaloni, le cui ginocchiere si attaccano alla pelle».

Nel racconto di apertura, Mariantonia muore prendendo «la via del silenzio nel giugno pesante di scirocco umido e vischioso» e sente il richiamo del figlio morto giungerle in «unmezzogiorno che il silenzio estivo grava fra broccoli e prezzemolo, facendo ristagnare nell’aria un odore di verdura decomposta dallo scirocco».

In Don Sariddu, quando la salma viene tumulata, i necrofori imprecano sul primo caldo di marzo, che è ((tempo dl primavere stanche di scirocco)), e sull’approssimarsi di un’altra estate, che è nuncius della morte perché riporterà lo scirocco.

Lo scirocco ha quindi il sembiante della morte ed è sinonimo del tempo che uccide con il semplice suo trascorrere. Poidomani si trova ad affrontare il tema, caro al gusto decadentista, del tempo, quindi della vita e della morte, della gioventù e della vecchiaia, scegliendo una grammatica che del tempo fa un’astrazione, creando quindi una fabula. Per fare questo Poidomani ricorre alla scomposizione del tempo cronologico servendosi sistematicamente di anacronie che distorcono l’intreccio. I fatti, in quasi tutte le novelle, non vengono raccontati secondo la successione temporale degli eventi, ma per linee interne: alla presentazione del personaggio, o all’anticipazione dell’epilogo stesso della storia, seguono puntuali digressioni che rovesciano l’ordine della storia e l’ordine della narrazione, cosicché a presiedere la storia è la fabula (cioè il riordino logico che il lettore deve astrattamente compiere delle unità narrative) anziché l’intreccio, che è la disposizione formale del racconto.

La distinzione, che postula una scelta cosciente da parte dell’autore, non è soltanto stilistica. La destrutturazione del tempo reale dei racconti assume piuttosto un valore poetico e accerta il valore di metafora dei racconti come manifestazione della propria condizione interiore. Poidomani potrebbe tenersi legato in maniera ortodossa al registro realistico, raccontando in modo allodiegetico (ovvero come narratore che è testimone dei fatti narrati) storie vere recuperate dalla memoria secondo il più diffuso mood letterario ibleo, ma è all’apologo che mira mentre vuole nello stesso tempo tenersi lontano dalle spire documentaristiche dl tipo meramente neorealistico. D’altronde è proprio in questa direzione che tutta letteratura iblea inclina senza ripensamenti.

Carrube e cavalieri, partito dagli stessi propositi di calettare mito e realtà, verità e sogno, si ferma in questo senso a metà strada perché tradisce una vena più realistica laddove Tempo di scirocco appare del tutto libero da pastoie memorialistico-autobiografiche valendo come prova più matura a coronamento e conclusione di un percorso stilistico coerente, seppur praticato per tappe disomogenee se si pensa a Fossili e Catania giorno e notte. Un percorso che da una base di partenza realistica raggiunge progressivamente mete surrealistiche ma che conserva come segnacolo il passo del rac­conto, dell’episodio e dell’aneddoto.

Quasi vent’anni separano Carrube e cavalieri da Tempo di scirocco. Poidomani non si riconosce più nel mito dell’infanzia e della fanciullezza che lo ha nutrito e ha maturato il senso di una letteratura capace di essere autre quale è stata per Bontempelli e ancora di più per Savinio. E pur rimanendo nell’orbita del realismo, è a quello magico che rivolge il suo interesse, così da consentirsi proiezioni fantastiche e assicurarsi il mantenimento inalterato del rapporto narratore-narratario cui mostra di tenere dando dimostrazione di ripetute metalessi che compie intervenendo nella trama per parlare in prima persona direttamente al lettore, ciò che ha fatto in Carrube e che indulge a ripetere in Scirocco.

Racconti in forma di apologhi quindi quelli della raccolta, ma senza che Poidomani rinunci a fare sentire la propria presenza e quindi a tenere fermo il dato realistico. La difficile operazione, che rischia l’autoreferenzialità, riesce a Poidomani astraendo i riferimenti temporali ma fissando concretamente quelli di luogo e di spazio. Poidomani usa il massimo scrupolo per evitare la trascodifica delle isotipie che riguardano la città di Modica, teatro sul quale tutte le vicende si in­scenano, le sue piazze, le sue strade e i suoi personaggi veri, come Ciccio Bonajuto. Risultano racconti la cui veridicità si converte con la verosimiglianza e dove l’irreale viene spinto con levità e naturalezza fino al surreale e all’assurdo. Tempo di scirocco risente in profondità l’influenza che su Poidomani esercitano autori come Beckett e Ionesco, portatori dl un sentimento post-decadentista molto diffuso nella coscienza letteraria euro­pea che guarda alle smanie esistenzialistiche, tutta teso a rappresentare una società retta su valori nichilisti, popolata di uomini disperati e soli, sovrastati da un destino di annientamento contro il quale l’unica arma è l’ironia se non la comicità.

La ricerca di Poidomani è nel senso di un linguaggio ironico, a volte sardonico e beffardo, ma sempre amaro e dolente, che riflette e consola la sua condizione di intellettuale sostanzialmente pessimista e rassegnato, non declamatorio né moraleggiante, e che sui toni di uno stile sotteso dalla inverosimiglianza si mostra capace di denunciare lo stato di abbandono e di degrado che l’autore sente come una condanna collettiva pronunciata contro uomini che, per la forte ambientazione nella Modica del nobili e dei contadini, dei cavalieri e delle carrube, che è il suo mondo irrinunciabile, non possono che essere i suoi compaesani e quindi i siciliani. In questa visione vagamente alvariana, i personaggi di Poidomani sono fi­gure destinate a non sopravvivere, quasi tutte appartenendo a un mondo in dissoluzione, del quale il marchese del Burgio è l’esponente epigono, che finge alla finestra di mangiare biscotti per mantenere, pur in assoluta povertà, un suo decoro e una sua dignità. Quasi tutti i personaggi di Poidomanl infatti muoiono. Muore «Nino coccodé», come in un sogno travolto da una bicicletta per salvare Rosa. Muore l’avvocato Nitto Di Maglio, travolto dall’angoscia, anch’egli in un’atmosfera intrisa di segno nella quale la realtà si rende del tutto evanescente. Muore don Giulio Papale, travolto da una mortificazione irrimediabile. E muore Don Sariddu, che però risuscita per tornare nella sua bottega e immergersi in una reverie che strania anche gli avvenimenti storici. Don Sariddu è il racconto che segna il punto di ricognizione più avanzato raggiunto da Poidomani nei territori del surreale e svela qual è il carattere letterario che intride tutti i suoi racconti, sospesi tra la banalità borghese e la morte per dissoluzione. Così com’è per Savinio, un racconto del quale, Il si­gnor Munster, è omologo a Don Sariddu, perché come lui si guarda morire e occupa la linea dove vita e autre vie si confondono è assimilato.

Gianni Bonina

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